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Kumiko, the Treasure Hunter: possibilità in finzioni infinite

Kumiko, the Treasure Hunter: possibilità in finzioni infinite My rating: 4 out of 5

Kumiko, the Treasure Hunter è stata una scoperta non da poco; avete presente quelle pellicole che vi tormentano per giorni dopo la visione? Non quelle che è chiaro che lo faranno, sono nate per farlo, ma quelle che anche tre giorni dopo vi ritrovate a pensare “Oddio, Kumiko…”.
Difficile da spiegare. Kumiko The Treasure Hunter, pellicola del 2014 scritta e diretta da Robert Zellner, è una storia davvero peculiare, che ho scovato non a caso in una lista su Letterboxd chiamata All About the Dreamy Filmgaze.

Kumiko (Rinko Kikuchi) è una ragazza di ventinove anni che abita Tokyo, in un appartamento che condivide come se fosse una tana insieme al coniglio Bunzo e vive sulla soglia di una continua insofferenza nei confronti delle altre persone. Un lavoro che la tormenta e la rende insoddisfatta, una madre che la angustia quotidianamente dicendole che deve farsi una famiglia, ma soprattutto il costante e ossessivo bisogno di disfare il nodo di quella che lei considera una scoperta grandiosa, il suo piccolo e ossessivo miracolo nella quotidianità.

I am like a Spanish Conquistador. Recently, I’ve learned of untold riches hidden deep in the Americas.”

Kumiko ogni giorno ripete la visione di Fargo, il film dei fratelli Coen. È certa di dover mettersi al lavoro per andare a recuperare il tesoro che l’aspetta: la valigetta con il riscatto che il personaggio di Steve Buscemi sotterra in Minnesota. Kumiko si procurerà prima di tutto una mappa. Invece di comprarne una o di fare una ricerca online cercherà di rubare un atlante da una biblioteca, per poi riuscire a corrompere la guarda facendosi strappare la carta del Minnesota. Perché si tratta di una missione, chiaro, ed è così che bisogna agire.
Il film, che è stato etichettato come una sorta di fiaba urbana, è più in profondità un’assillante viaggio alla ricerca delle possibilità nascoste nella realtà, che sia essa finzione o meno.

Rubata la carta di credito del proprio datore di lavoro parte e atterra a Minneapolis. Da lì, incontrando diversi ed esasperanti esseri umani, cercherà di raggiungere Fargo. In particolare un poliziotto cercherà di far comprendere a Kumiko che Fargo non vuole dimostrare niente, è solo un film, un’opera di finzione.
Ma credere che Kumiko pensi davvero che Fargo sia un documentario è sbagliato, scorretto nei suo confronti da parte dello spettatore. Lei sa benissimo che Fargo è un film. Non ci dice mai il contrario, che per lei sia un documentario. Ma perché, pur trattandosi di un film, non dovrebbe essere tutto vero?
Del resto sappiamo cosa compare all’inizio del film dei fratelli Coen:

This is a true story. The events depicted in this film took place in Minnesota in 1987. At the request of the survivors, the names have been changed. Out of respect for the dead, the rest has been told exactly as it occurred.”

Chi decide quindi dove finisce quel reale? La chiave sta già all’inizio della pellicola: la prima scena a cui assistiamo è il ritrovamento da parte di Kumiko di un VHS, quello di Fargo appunto, sotterrato in una grotta su una spiaggia. Lei ha già scoperto qualcosa e sa che c’è altro da scoprire. Per citare un’altro film che fa parte, giustamente, di tale lista: “I can breathe a sigh of relief, because there will be so much to look forward to.”

Anche credere che il film sia reale, che la storia vera sia davvero rappresentata tale e quale in quella storia vera, ovvero che i Coen siano stati capaci di trasportare i veri avvenimenti su pellicola, non può essere certo un errore.
La storia vera è dentro la finzione che a sua volta si trova dentro altra finzione. Qual è allora il termine ultimo della realtà? Quando è possibile arrivare alla fine?
Zellner riesce a trovare una via di fuga a una vita mondana triste, a una solitudine cerebrale, a un sistema sociale che vuole qualcuno incasellato e perfetto nel suo ruolo. Kumiko cerca un tesoro. La sua testardaggine, i suoi errori, vincono sullo scetticismo di chiunque.
Le possibilità virtuali non hanno una fine. Il finale è perfetto e deciso, l’unica scelta possibile e, proprio per questo, sinceramente reale.

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Classe '91. Pur avendo studiato Beni Culturali ed editing credo di saperne di più sui viaggi nel tempo e sulle zone infestate. Leggo un sacco di libri e cerco sempre di avere ragione, bevo tanto caffè, e provo piacere nell'essere un’insopportabile so-tutto-io. Per intrattenervi posso recitare diversi sketch dei Monthy Python.

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