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La casa dalle finestre che ridono: la paura, quella vera

La casa dalle finestre che ridono: la paura, quella vera My rating: 4 out of 5

Ma ve la ricordate la paura?

No, non quella cosa che si prova quando vai al cinema a vedere il nuovo (nuovo… insomma) film americano di paura. Quella è un’altra cosa.

Intendiamoci, siete liberi di andare a vedere ciò che volete. E capisco che l’horror è un campo minato, dove è facile finire per sbracare nel trash o, più semplicemente, nella boiata pazzesca.

Ma:

C’è vita oltre il solito gruppo di campeggiatori trucidati. Esiste una valida alternativa al tizio che cammina in salotto al buio quando ecco che RUMORE FORTISSIMO FORTISSIMO FORTISSIMO. Si può fare paura anche senza i mostri fatti con Paint.

Shining 2 (2017)

Ecco cosa fa La casa dalle finestre che ridono (di qui in avanti LCDFCR): paura. Purissima paura. Senza tante menate, senza girarci troppo attorno.

Diretto nel 1976 da Pupi Avati, LCDFCR ci ricorda anche una cosa importante. C’è stato un periodo in cui in Italia si facevano cose belle. Ma belle sul serio. Commedie, drammi, poliziotteschi (ah! i poliziotteschi) e sì, anche gli horror. Poi qualcosa deve essere andato storto, e allora tantissima Margherita Buy in terapia e tantissimo Ozpetek. Ora pare che le cose ricomincino a muoversi dopo anni. Per fortuna.

Ma veniamo a LCDFCR. Devo confessare che già solo la sequenza iniziale dove scorrono i nomi di attori e produttori mi ha costretto ad un veloce check-up della biancheria.

Stefano (Lino Capolicchio) ottiene l’incarico di restaurare un affresco in una chiesa della tranquilla provincia ferrarese. Il lavoro gli è stato affidato dal sindaco del paese su suggerimento di un suo amico, Antonio. Che però ha delle cose da dirgli, cose che ha scoperto e che Stefano deve assolutamente sapere. Se non fosse la sera stessa Antonio cade dalla finestra del suo appartamento.

L’affresco è stato dipinto da Buono Legnani, il pittore delle agonie, morto suicida 20 anni prima. Le sue opere sono macabre, legate alla morte. Si dice che avesse uno strano rapporto con le sue due sorelle, che però non si sa che fine abbiano fatto.

La sensazione è che il paese sappia qualcosa che non può essere raccontato. Che ci sia un patto non scritto fra gli abitanti per insabbiare un segreto inconfessabile. Qualcosa di davvero sconvolgente che si scoprirà solo alla fine.

Ed eccola la scelta vincente, quella che ha fatto di questo film un cult. La provincia è la vera protagonista, è lei il mostro. L’apparenza di tranquillità, di semplicità. Lo scorrere immutabile del tempo, che passa via imperturbabile come il grande fiume. La noia. È come se ci fosse qualcuno che osserva di nascosto dietro una finestra chiusa. Sempre, per tutto il film. Qualcuno che forse potrebbe mettere fine agli orrori semplicemente facendo una telefonata.

LCDFCR è un film relativamente poco conosciuto, ma che merita senza dubbio una visione. Una favola nera, una delle mille che venivano raccontate nella Pianura. Storie, come dice Avati, che i grandi usavano per spaventare i più piccoli. Ma che fanno paura a tutti.

Va detto che in alcuni momenti si sente l’anima contadina, un po’ casereccia del film, in particolare in alcuni dettagli “tecnici” (che non rivelo per evitare spoiler). Ma tutto è fatto in maniera funzionale alla trama, e il film non scade mai nella cafonata. Insomma, un promemoria per ricordarsi che quando vogliamo anche in Italia sappiamo far paura, anche senza budget milionari.

Ah già. Chi ha firmato la sceneggiatura?

Paura, eh?


P.s. se gli horror sono la vostra passione, fate un salto dai nostri amici di Horror Italia 24

Article written by:

Simone Forte

Nato nel 1984. Nel 2012 scopro che l'anagramma del mio nome e cognome è "termosifone". Spero che scrivere di cinema senza averlo studiato per davvero non mi renda come quelli che leggono articoli complottisti sui vaccini e poi vanno a contraddire i medici. Io scriverò lo stesso, ma prometto di limitare al minimo indispensabile l'uso dei "................" e dei "!!1!!1!".

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