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La classe operaia va in paradiso: la sconfitta di Zio Paperone

La classe operaia va in paradiso: la sconfitta di Zio Paperone My rating: 4.5 out of 5

L’identità del film

Con il mio film sono stati polemici tutti, sindacalisti, studenti di sinistra, intellettuali, dirigenti comunisti, maoisti. Ciascuno avrebbe voluto un’opera che sostenesse le proprie ragioni: invece questo è un film sulla classe operaia.

Nessuno meglio del regista stesso Elio Petri ha saputo descrivere con più efficacia le intenzioni de La classe operaia va in paradiso, film del 1971 che suscitò non pochi dibattiti riguardo la sua natura di film politico-sociale.

Inizialmente non risultò ben chiaro quale fosse l’orientamento politico del film, forse una pellicola di sinistra poiché parlava del proletariato italiano ma allo stesso tempo criticava sindacati e rivoluzionari sessantottini, e molti lessero il messaggio come una tendenza verso ideologie di destra. Elio Petri era inoltre un regista politicamente schierato a sinistra e risultò ulteriormente difficile individuare quali ideologie il film esaltasse e quale criticasse. La classe operaia va in paradiso è semplicemente un film sulla classe operaia, su come essa sia strumento di propaganda, di angherie da parte di politici e burocrati, dell’impatto positivo e negativo che i nuovi ideali del sessantotto stavano portando nel mondo del lavoro. 

L’inferno dantesco secondo Elio Petri

Ludovico Massa, di soprannome Lulù (interpretato da Gian Maria Volonté) è un perfetto esempio di operaio stakanovista: lavora notte e giorno per produrre “a cottimo” più pezzi possibili, gestisce autonomamente la sua catena di montaggio e subisce l’invidia degli altri colleghi operai per i suoi buoni rapporti con i dirigenti e i capi di reparto che controllano le produzioni. La sua situazione familiare lo vede mantenere la sua compagna (Mariangela Melato) e il figlio di lei più pagare gli alimenti alla ex moglie e a suo figlio. Lulù lavora per sostenere due famiglie e vive l’alienazione della fabbrica in tutte le sue forme (con chiari rimandi e reminiscenze agli incubi e ai pericoli della macchina di Tempi moderni del buon Chaplin), pur riuscendo a mantenere in piedi un precario e fragile equilibrio familiare e psichico. La svolta, la tragedia, avviene inaspettatamente. Un ingranaggio nella mente di Lulù si inceppa, così come quello della macchina che sta usando in fabbrica ed ecco che accade l’incidente: Lulù perde un dito, lacerato da un compressore. Tale incidente è solamente l’inizio di una lunga discesa agli inferi, di un girone infernale dantesco che catapulta Lulù nel mondo della burocrazia, dei sindacati, dei politici e degli studenti delle università che lottano contro i padroni. Ogni personaggio (l’esperto, l’uomo di esperienza, il tipo dal “fidati di me” facile, il so-tutto-io) indirizza Lulù su cosa fare, cosa dire, cosa essere sbattendolo da una realtà all’altra senza risolvere davvero la sua situazione. La vicenda di Lulù, alla ricerca di se stesso per evitare la pazzia dovuta alla fabbrica, di una stabilità economica e familiare, di garanzie che possano proteggerlo dall’incidente sul lavoro successogli, è un manifesto critico e spietato verso tutte quelle realtà satelliti alla classe operaia che vedevano in essa solo la possibilità di raccogliere consenso dalle masse che erano altro volta estranee alle necessità delle fabbriche stesse. 

L’uso dello strumento Cinema nella narrazione

Un film controverso, che si sposta su varie livelli di critica e esamina molteplici punti di vista. Lo spettatore è letteralmente sbattuto nell’inferno della fabbrica-macchina con una efficacia filmico-cinematografica che ha pochi equali nella storia del cinema: ogni immagine (uso di carrellate e primi piani unico e un montaggio che può solo fare scuola), ogni suono (colonna sonora di un certo Ennio Morricone composta da suoni fastidiosi, ripetitivi e graffianti), ogni dialogo (sceneggiatura incalzante e attori eccezionali, Volontè rimane tra i giganti del la storia del cinema, non solo italiano) rendono il film non solo una narrazione da seguire ma un vero e proprio trauma da vivere per lo spettatore, una esperienza quasi sensoriale oltre che visiva. 

Un film che guarda solo gli interessi e i drammi della classe operaia, confusa, sbattuta in una società tumultuosa alla ricerca di una strada politica e sociale da percorrere. Il tentativo di resistenza di Lulù contro quella follia e quella alienazione che sembra seguirlo come un incubo, come un’ombra che prima o poi abbraccia tutti gli operai, lo porterà nello stesso oblio dell’amico Militina, tra i personaggi più interessanti del film che, nonostante la sua pazzia figlia della catena di montaggio industriale, possiede ancora un debole barlume di lucidità che mette in guardia il protagonista:

Lulù guai se i poveri venissero a sapere che pure i ricchi diventato matti, verrebbe da piangere. Il denaro Lulù, parte tutto da lì. Noi facciamo parte dello stesso giro, padroni e schiavi, i soldi, lo stesso giro. Noi diventiamo matti perché ce ne abbiamo pochi e loro diventato matti perché ne hanno troppi. E così in questo inferno, su questa pianeta, pieno di ospedali, manicomi, cimiteri, di fabbriche, caserme e autobus il cervello a poco a poco se ne scappa, sciopera!

Una verità dolorosa quanto attuale quella di Militina, l’incubo di Lulù è forse quello di ognuno di noi, di rimanere alienati dalla quotidianità delle cose e lasciare il nostro cervello in un eterno e irrecuperabile sciopero. 

L’illusione di sconfiggere Zio Paperone

Pochi sono i momenti di appagamento, gli attimi di speranza e di successo che Lulù vive durante il film: vomita tutta la sua frustrazione e il suo odio contro il palloncino gonfiabile del figlio a forma di Zio Paperone, simbolo di quel mondo di potere e ricchezza, così lontano e inaccessibile ma che tanto influisce drammaticamente sulle vite dei tanti Lulù del mondo. Zio Paperone viene sconfitto, ma solo metaforicamente, scoppiare il palloncino del figlio non porta pace e serenità nella mente del protagonista che può solo accontentarsi di aver rotto un giocattolo e non di aver cambiato un sistema.

Un finale struggente che guarda con dolcezza e rammarico il nostro protagonista e i suoi colleghi, una pellicola dura, e cruda che non si risparmia nel guardare con commossa speranza il giorno di quel crollo del muro tanto sognato e della venuta in paradiso anche degli operai. 

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Ordinaria vita di un qualsiasi comune mortale, il cinema mi piace perchè mi piace, per il resto: faccio cose e vedo gente...

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