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La festa delle fidanzate – Cioè Saul Goodman che scrive biglietti romantici

La festa delle fidanzate – Cioè Saul Goodman che scrive biglietti romantici My rating: 4 out of 5

La festa delle fidanzate: cioè tutti dicono “voglio essere Bob Odenkirk”.


Immaginatevi Saul Goodman, ovvero il terzo miglior personaggio meglio scritto della storia della serialità televisiva – ma solo perché i primi due posti sono occupati da Walter White e Jesse Pinkman (dite che mi piace Breaking Bad? mmm… forse, chi lo sa?) – infilategli un gesso al braccio, abbassate di qualche tonalità i colori dei suoi abiti da lavoro, impiegatelo in una ditta che produce biglietti augurali, incastratelo in una trama torbida di ricatti e assassinii misteriosi et voilà, avete trovato la ricetta vincente de La festa delle fidanzate. Questo film è una bomba, di quelli che ti siedi a guardarlo con le gambe accavallate, le braccia incrociate e la faccia di chi sta pensando “Mo me guardo la cazzata”, e invece no, perché un quarto d’ora dopo sei seduto a gambe incrociate e la schiena inarcata in avanti, verso lo schermo e sorridi estatico, perché il film non ti sta solo piacendo, ti sta solluccherando.

La festa delle fidanzate

– Non sono ebreo. – Non importa se lo sei, signore, siamo ex razzisti. – …buon per voi.

Bob Odenkirk è uno di quegli attori che ha dovuto aspettare parecchio prima di emergere per quel fenomeno che è: intenso, ma mai melassoso, irresistibilmente divertente, ma non macchiettistico, un comico nato, ma con la faccia triste di un povero tapino abituato a prendere mazzate in faccia dalla vita, che riesce sempre e comunque a trovare il lato divertente della sua tragedia, a ritagliarsi un momentino per sorridere, un adorabile intenso briccone. È così per il Saul Goodman di Breaking Bad, per il Jimmy McGill di Better Call Saul e si riconferma anche in questo La festa delle fidanzate, film sottovalutatissimo prodotto da Netflix.

Ray vive in un mondo in cui gli scrittori di biglietti godono di immensa fama, ma purtroppo da tre anni si è esaurita la vena aurea che aveva contribuito a creare la sua fortuna: bloccato dalla fine del suo matrimonio e dall’alcolismo un brutto giorno viene licenziato, ritrovandosi improvvisamente sul lastrico, senza più nulla con cui pagare l’affitto. In preda alla depressione passa le giornate sul divano a guardare video di combattimenti illegali tra clochard, lamentandosi del destino infame e cercando di evitare il padrone di casa in cerca dell’affitto. Si costringerà così a fare da babysitter al nipote dell’affittuario, destinando alla vendita ogni oggetto di sua proprietà. Tutto cambia, però, quando un giorno viene istituita dal governo della California la festa delle fidanzate: per celebrare la nuova ricorrenza viene inoltre indetto un concorso con un sostanzioso premio in denaro a chi scriverà la frase più romantica. È la grande occasione per Ray di ritrovare fama e proventi, oltre che di dimostrare a se stesso e al mondo di essere ancora il miglior scrittore di biglietti romantici di sempre.

La festa delle fidanzate

Il film di Stephenson dura un’esiguità, 70 minuti appena, formato perfetto per concentrare il tutto in un pout-pourri di commedia che traballa spesso sul confine del noir, dimostrando la grandiosa abilità recitativa di un Odenkirk in grado di passare dallo slapstick alla tragedia in poco più di un’espressione, esattamente come ai tempi di Saul Goodman.

La festa della fidanzate è uno di quei film che riescono perfettamente a inserire lo spettatore in un micro mondo tanto strambo quanto ben caratterizzato, con un protagonista gigione al quale ne capitano di ogni e che attraversa una maturazione interessante. I personaggi secondari sono uno più pazzesco dell’altro: dalle vedove-femme fatale (un volto noto della saga di American Pie, tra l’altro!) che, tutto d’un tratto, non sanno resistere allo charme noir di Ray, ai sicari che si definiscono fieramente ex razzisti e che predicano uguaglianza assoluta. Il finale ovviamente non sarà niente di trascendentale: non ci troviamo di fronte a un giallo as enigma, oppure un thriller psicologico, il tarallucci e vino è ancora accettabilissimo, soprattutto per il modo in cui si verifica.

Un capolavoro dunque? Ma no, assolutamente no, ma un film godibilissimo, che ha i suoi buoni punti di riferimento (non vorrei bestemmiare ma io ci ho visto parecchio della comicità e del noir dei fratelli Coen) e che vive sulle spalle di un attore che si è un po’ relegato all’interno dello stesso personaggio, ma che funziona, sempre e comunque, non solo per gli amanti di Breaking Bad.

La festa delle fidanzate

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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