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La Isla Mínima, o di paludi spagnole, franchismo e detective selvaggi

La Isla Mínima, o di paludi spagnole, franchismo e detective selvaggi My rating: 4 out of 5

Se avete amato la prima stagione di True Detective, se i thriller e le indagini sono la vostra ragione di vita, se la Storia con la S maiuscola non è da meno, se, infine, provate un’insana attrazione per la provincia e le distese di nulla, soprattutto se fotografate da una mano che sembra divina in tutti i sensi, non potete non vedere La Isla Mínima.

Girato nel 2014 da Alberto Rodríguez, questo film ha fatto incetta di premi non appena uscito; ben dieci Goya, tanto per dire. La trama di per sé non è nulla di particolarmente sorprendente: Juan (Javier Gutiérrez) e Pedro (Raúl Arévalo) sono i soliti detective diversissimi per metodo e stile che vengono spediti nel solito paesino arretrato e diffidente a indagare sul solito maniaco che si diletta nel rapire, seviziare e uccidere le adolescenti locali. Un buon giallo, ma nulla di più, verrebbe da pensare.

Solo che il giallo in questione è ambientato in Spagna, nel 1980, all’indomani della caduta di Franco, in una paludosissima foce del Guadalquivir. E Juan e Pedro si distinguono non solo per classe, abitudini alimentari e rapporti con le donne, ma anche per politica, nel senso più oscuro del termine. Fino a che punto le ideologie possono tenere distanti due persone? E lo scontro è inevitabile? Sono solo alcune delle domande che questo film obbliga a porsi. Ma La Isla Mínima va ben oltre, mostrandoci un ritratto degli Anni Ottanta che, basette a parte, sembrano usciti direttamente dall’inizio del Novecento: madri a lutto, ragazzotti conturbanti e bellissimi, ragazzine smaniose di fuggire ma senza sapere dove, stregoni di fiume, intrallazzi, baracche che ci si ostina a chiamare case. E campagna, un sacco di campagna, e di acqua, ma niente affatto cristallina: una Spagna inedita e lontanissima dalle spiagge e dalle città entrate nell’immaginario comune, o dalla penisola isterica e un po’ narcisista di Almodóvar. Quasi un western moderno, desolato e implacabile. Osservate le prime scene, e vi sembrerà di sentire il caldo e l’umidità direttamente sulla vostra pelle.

I paesaggi sono affascinanti e opprimenti, una prigione naturale fatta di labirinti di canali e steppe pronte a trasformarsi in fango; e a tal proposito, l’ho già detto che la fotografia è divina, in tutti i sensi? Non solo come tecnica, ma anche, e soprattutto, come prospettiva: La Isla Mínima è tutta una ripresa dall’alto, una tela di colori e rigagnoli, una distesa arancio e marrone torrida e ostile, proprio come il paesino in cui capitano Juan e Pedro. Un paese che si fa specchio dell’intera nazione: evviva la democrazia, ma esattamente che cos’è? Spossato, impaurito, voglioso di novità ma anche estremamente ritroso: un posto da cui tutti vorrebbero andarsene, ma che è quasi impossibile lasciare.

Perché per arrivare a La Isla Mínima non esistono strade; solo erba alta, pioggia, e melma fino alle ginocchia. Difficile da raggiungere, difficile da abbandonare, facilissimo restarci imbrigliati.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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