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La La Land: davvero un capolavoro?

La La Land: davvero un capolavoro? My rating: 3 out of 5

14 nominations agli Academy Awards, 7 Golden Globes. Parliamo di La La Land, il caso dell’anno.

“Guardatemi, adesso non sono più Hercules versione segalitica!”

Sì, perché qualunque cosa si dica e si dirà di La La Land sappiamo che resterà nella storia, che sarà un prodotto con cui fare i conti d’ora in avanti. Su questo non si discute. Ma cos’altro si può dire di questo film, il secondo del giovanissimo Damien Chazelle, che non sia già stato detto prima ancora della sua uscita nelle sale? Vediamo.

Parliamoci chiaro

Un musical. Innanzitutto, non si può fare a meno di ammirare il coraggio di girare un musical, nel 2017, ambientato nel 2017. Perché finché il soggetto risale ad altri tempi (penso a I miserabili di Tom Hooper) è un conto, ma quando incastriamo la Los Angeles dei giorni nostri in balli e danze stiamo ufficialmente facendo una cosa difficile, complessa.

La La Land è, prima di tutto e almeno in principio, un atto di coraggio. Questo deve, e sottolineo deve, essere chiaro fin da subito. È indiscutibile.

Cos’è successo allora? Perché non sto cominciando, come vedo fare circa ovunque, scrivendo frasi esaltate, commosse, e ossequiose? Perché il punto di domanda nel titolo? Con calma, provo a spiegarvi.

Trama

Giusto per correttezza, spieghiamo la vicenda: abbiamo la nostra adorata coppia Stone-Gosling (e poi parleremo anche di loro, non temete). Lei, Mia, fa la cameriera nel bar degli studios ma sogna di fare l’attrice, fa provini straordinari, ma nessuno la fila. Lui, Sebastian, suona canzoncine stupide nei locali, finisce con l’improvvisare pezzi jazz, viene licenziato. Sogna di aprire un locale jazz suo, per riportare il genere in auge. Si incontrano proprio la notte del di lui licenziamento, progressivamente si innamorano e tentano di realizzare i propri sogni, insieme e non.

E fin qui direi tutto bene, o almeno, la trama si presta perfettamente al genere. Un musical funziona quando la trama ha un po’ di cliché di quelli che ci fanno commuovere anche se non vorremmo, dopotutto. Aggiungeteci poi una fotografia meravigliosa, costumi, scenografia, insomma, le carte che conducono il genere a suscitare la giusta reazione: un senso di meraviglia misto a giramenti di testa. E ai giramenti di testa Chazelle provvede egregiamente, optando per un La La Land delle riprese frenitiche, roteanti, rapidissime su una serie di movimenti altrettanto rapidi e colori sgargianti. Ed è subito Baz Luhrmann. Oppure no.

Qualcosa è andato storto.

Sorvoliamo su Ryan Gosling davvero poco rivelante (che è davvero un peccato, perché ci ha già dato numerose prove della propria abilità). Sorvoliamo su un’abbondante porzione di film in cui probabilmente si sono dimenticato che fosse un musical, e assistiamo a una quarantina (minimo) di minuti senza canzoni. Perché sono pecche che risultano perdonabili.

Partiamo dal presupposto che l’hype è sempre una brutta cosa, e se è dato da un numero di riconoscimenti così elevato è anche peggio. L’aspettativa creatasi su La La Land era tale che non esiste un film che possa corrispondervi e soddisfarla. E qui ci sarebbe da discutere per ore di massimi sistemi, e non è questa la sede.

Parliamo d’altro. Parliamo di cinema, di film. Quand’è che un film funziona? È una domanda che, ho notato, i cinefili si pongono spesso, e ognuno di loro ha una risposta personale più o meno chiara. Quello che è certo è che un film con una propria linea, una propria estetica, un proprio e personalissimo modo di porsi, sarà quantomeno degno d’interesse.

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Cosa c’entra questo con La La Land?

C’entra la domanda opposta: quando un film non funziona? Quando vuole accontentare tutti. Quando, per farlo, sta in mezzo a più linee, più estetiche, più modi di porsi. Ed eccoci quindi a La La Land.

Si tratta di un prodotto dalle potenzialità enormi, che ha in sé un sacco di elementi validi. Il coraggio e gli elementi tecnici funzionanti di cui si parlava prima, una Emma Stone straordinaria, una colonna sonora bellissima, persino le sue piccole pecche che lo rendono imperfetto. Per non parlare dei piccoli tocchi nostalgici, come il font dei titoli, l’apertura e la chiusura del film, l’uso dell’iris, l’abbigliamento retrò dei protagonisti. Insomma, la stessa e intera vicenda è pregna di questo atteggiamento nostalgico verso il passato, soprattutto nella figura di Gosling/Sebastian. Che poi si ritrova a suonare per John Legend, ma sorvoliamo.

Non lo so, sono perplessa.

Un po’ da una parte e un po’ dall’altra

Ma Chazelle non è Luhrmann, dicevamo. Perché a differenza di Luhrmann, vuole accontentare tutti. Cosa comporta questo nell’impatto che ha, o può avere, La La Land sullo spettatore? Un casino. Letteralmente.

La La Land vuole, da una parte, essere musical in un’accezione che potremmo definire “alla Disney“: canzoni felici, emozionanti, che celebrano l’amore, il sogno, il lieto fine. La stessa vicenda porta valori disneyani: se puoi sognarlo, puoi farlo, l’amore è bello, la musica lo è, non arrendersi mai, eccetera. Bene. Abbiamo già detto che un musical può funzionare benissimo su una vicenda surreale.

Ma non bastava, no. La La Land doveva essere di più. E allora cerchiamo disperatamente di conciliare l’atteggiamento disneyano e retrò con un atteggiamento terra terra, verosimile, a tratti cinico. E soprattutto, moderno. E allora ecco una serie di battutine in scene idilliache, Iphone che suonano interrompendo canzoni, finali realistici (sempre molto coraggiosi, questo sì). Chiameremo questa seconda presa di posizione “alla 500 giorni insieme“.

Cinema e coraggio

Bene, un film che funziona (e con funziona intendiamo che scorre, che permette allo spettatore di farsi un’idea, qualunque essa sia) non può essere entrambe le cose. Non può assumere due atteggiamenti opposti, alternandoli freneticamente. O meglio, forse può, ma credo non sia ancora nato il regista in grado di farlo funzionare. Nemmeno se è geniale come, senza, dubbio, Chazelle si dimostra.

E questo non perché il mondo non sia fatto di contraddizioni, non perché non ci possano essere sia il bianco che il nero, ma perché almeno in La La Land questi due atteggiamenti opposti sono stati gestiti in un modo che risulta, letteralmente, confuso. Non si riesce a comprendere se Chazelle sia volutamente contraddittorio o se, appunto, cerchi disperatamente di accontentare entrambe le parti.

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Scegliere

La La Land vorrebbe volare nei cieli stellati, danzando tra le stelle, restando nel 2017, tra ingorghi stradali e smartphone. Vorrebbe accontentare lo spettatore tipo del musical, quello che accetta il surreale e il 100% feels, e il cinico che, di fronte a un musical, mediamente saprà dire solo “ma è chiaro che uno non può cominciare a cantare e a ballare per strada come se niente fosse”.
Il risultato, però, è uno spettatore perplesso. Davvero, non mi sentirete dire che La La Land è un brutto film, né una meraviglia. Quello che so e non mi stancherò mai di dirvi è che sicuramente troverò sempre più coraggioso e apprezzabile chi, nei propri prodotti, metterà una propria firma, estetica e contenutistica, anche a costo di lasciare metà del pubblico delusa e incazzata. Almeno l’altra metà potrà gongolare e urlare di gioia.

Abbiamo portato sulla bocca di tutti un film che parla di coraggio. Coraggio nel realizzare i propri sogni, nell’esprimersi, noncuranti dell’eventuale (certo) giudizio negativo in cui potremmo incappare. Probabilmente però, la stessa realizzazione del film non è portata avanti perseguendo questi valori.

Noi però crediamo in te Chazelle. Nello Chazelle di Whiplash, che ha reso un film potenzialmente noioso un capolavoro da pelle d’oca. Crediamo nello Chazelle che corre rischi. Qui hai corso solo fino a metà.

Noi ti aspettiamo al traguardo.

 

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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