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La morte corre sul fiume: nel 1955 Charles Laughton dirige un thriller intramontabile

La morte corre sul fiume: nel 1955 Charles Laughton dirige un thriller intramontabile My rating: 4 out of 5

Martedì 8 novembre 2016, ore 15 e 30, Pisa. Il suddetto sta seguendo una lezione noiosissima e sfoglia il quotidiano locale (becerissimo) denominato “Pisa Today”. Dopo aver letto notizie meravigliose tipo “partita la caccia alle orate sul Lungarno” oppure “morti sedici caprioli vicino Lucca causa cannabis” mi avvio a leggere le ultime pagine, conscio che sicuramente si sarebbe potuta palesare la notizia più ridicola della vita. E invece così non è accaduto, perché nelle ultime pagine erano segnalate le proiezioni dei vari cinema cittadini. Scorgo l’occhio sul “Cinema Arsenale”. Ore 16 e 30: La morte corre sul fiume (film cult del 1955, restaurato e riportato al cinema per l’occasione). Lo dico immediatamente a quel giocherellone del mio collega e fuggiamo all’istante dall’orrida Università, alla volta della sala.

De La morte corre sul fiume (The Night Of The Hunter nella versione originale) sento parlare davvero da tanto tempo. Oltre che ad avere, infatti, un valore enorme all’interno della storia del cinema è anche conosciutissimo per essere l’unica e sola produzione del regista (Charles Laughton) capace di essere passato alla storia dirigendo solamente una pellicola  (questa, appunto).

Laughton, tramite un meraviglioso bianco e nero, ci proietta sin da subito nel cuore della vicenda. Stati Uniti d’America, anni ’30. Un uomo palestrato e felice fa una rapina e ruba una quantità spropositata di danaro. Il nostro amico, gaudente, pensa di averla fatta franca, ma viene beccato dagli sbirri proprio mentre sta per rientrare nella sua magione. In extremis, tuttavia, riesce a consegnare ai due figli (un bambinello di dieci anni e una bambinella poco più piccola) la somma rubata, facendo giurare loro di non dire mai ad alcuno (neppure alla madre) dove siano quei soldi.

Robert Mitchum interpreta Harry Powell

Robert Mitchum interpreta Harry Powell

Il nostro amico viene condannato alla sedia elettrica, ma in carcere incontra una presenza losca, che ci accompagnerà poi per tutto il resto della vicenda. Il “pazzo-matto-fuori di testa-psicotico” in questione è un tale di nome Harry Powell (interpretato da un Robert Mitchum che definire fenomenale è quasi riduttivo), il quale si spaccia per un parroco benpensante desideroso di spargere per il mondo la parola di Dio, ma che si tratta, in realtà, di un putrido “squilibrato-maniaco-omicida-bastardo-rubadanaro-pervertito” intenzionato esclusivamente a metterla nel culo (scusate il turpiloquio) al prossimo. Powell scopre che l’uomo ha lasciato il bottino rubato ai figli, e, una volta uscito di prigione, corteggia e sposa Willa, la vedova del condannato a morte. Attraverso sottili intimidazioni tenta di estorcere a lei ai due figliuoli l’esatta locazione del danaro, ma dopo un po’ le sue cattive intenzioni verranno scoperte.

La morte corre sul fiume si divide sostanzialmente in due parti. Nei primi quarantacinque minuti Laughton ci fa conoscere i personaggi che prenderanno parte alla vicenda: i sovracitati Harry e Willa, i due ragazzi, i vicini di casa di Willa (due signorotti che vengono catturati sin da subito dalla – ovviamente falsa – cortesia del lurido predicatore), lo zio Birdie ed altri.

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Ogni personaggio è caratterizzato divinamente; Se Willa rappresenta chiaramente l’innocenza e la debolezza, i due figli, in particolare il giovane John, fanno da contraltare alla madre, divenendo manifesto di forza, temerarietà, coraggio, amore e devozione verso la famiglia. Splendida è anche la figura dello “zio” Birdie, un vecchio signore che risiede in una casetta sulla riva del fiume. Spesso i giovani ragazzini si recano da Birdie per chiedere consigli, confidarsi, ascoltare aneddoti divertenti.

In mezzo a loro si staglia invece la figura di Harry Powell. Harry Powell non è il classico villain che tenta di disfare i sogni di gloria dei “buoni” della situazione, è qualcosa di più. Powell rappresenta la contraddizione intrinseca all’uomo. Se da un lato lo vediamo palesarsi come un abile predicatore, come un uomo intriso di valori, infarcito di connotati positivi, devoto alla cura del prossimo piuttosto che di se stesso, egli è in realtà un meschino omicida che assurge ad impersonificare il male per eccellenza, avvalendosi di valori all’apparenza degni di lode, ma che, in realtà, non gli appartengono minimamente.

Sulle nocche della sua mano destra è tatuata la scritta “love”, su quelle della mano sinistra la scritta “hate”. Odio e amore, due sentimenti diametralmente opposti, ma comunque complementari l’un l’altro. E’ infatti proprio manifestando un palesemente fasullo “amore” verso il prossimo che Powell si erige ad emblema dell’odio e della malvagità.

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Ed è proprio nella seconda parte del film, dove i giovani ragazzini sfuggiranno – attraverso il fiume, ecco da dove proviene il titolo – alle grinfie del folle Powell, che l’azione prende finalmente forma, mostrandoci quarantacinque minuti visivamente splendidi e colmi di autentici colpi di scena.

La perizia formale con la quale Laughton costruisce il tessuto visivo del lungometraggio è magistrale. Tanti, tantissimi sono i riferimenti al cinema espressionista tedesco, che Laughton omaggia continuamente, regalandoci sequenze pregevoli degne del miglior Murnau. Alle contrastanti – e disturbanti – luci tipiche dell’espressionismo, si affianca una fotografia elegante e pulita. Alcuni frame sono letteralmente pazzeschi, roba che se ve li mettete come immagine copertina su Facebook impossibile prendere meno di cinquanta “Mi Piace”. E se ne prendete di meno vuol dire che non valete un cazzo; vedete di crearvi una reputazione sui social, idioti.

Ecco, se vi mettete questa meraviglia visiva come copertina (e avete prestigio su Facebook) i vostri desideri "mipiacistici" verranno ampiamente soddisfatti

Ecco, se vi mettete questa meraviglia visiva come immagine copertina (e avete prestigio su Facebook) i vostri desideri “mipiacistici” verranno ampiamente soddisfatti

Importante sottolineare anche l’importante  critica che Laughton muove verso la massa, verso il volgo, da lui descritto come una moltitudine bigotta e fanaticamente religiosa, assolutamente incapace di prendere decisioni e abile soltanto a nascondersi dietro a dogmi inconsistenti.

La morte corre sul fiume risulta dunque un thriller invecchiato egregiamente e da vedere. Difetti? Forse le musiche, in alcune scene esageratamente ariose, pompose, quasi funeree e volte a far cadere le palle anche ai tori, ma chissenefotte. Andate a vederlo al cinema (sinché potete) o acquistatene una copia, sarà un’esperienza godereccia.

Una curiosità. Finito il film io e il mio amico ci siamo alzati e abbiamo incrociato lo sguardo di un’anziana signora che all’ingresso aveva fatto il biglietto poco prima di noi. Dopo averci osservati per qualche secondo ha affermato ciò: ”Uno dei film d’amore più belli che io abbia mai visto”. Che dire, a me un film d’amore non lo è sembrato per una sega, ma ognuno alla fine in un film ci vede la minchia che vuole.

Visione consigliata con: vostra nonna (se vivente), Edison (il vostro vicino di casa coi brufoli), Raffaella Carrà, Antonello Fassari, il Colonnello Giuliacci, il vostro cane Marcello.

Article written by:

Lorenzo Montanari

"Il ragno rifugge dal bugigattolo, ma è ben attento alla preda. Sarà l'ora di fare un bagno, Edison?" Sestri Levante, Genova, Italia.

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