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La sottile linea rossa: il confine tra lucidità e follia secondo Terrence Malick

La sottile linea rossa: il confine tra lucidità e follia secondo Terrence Malick My rating: 4 out of 5

La sottile linea rossa: è quel fantomatico confine che divide i fucilieri americani della compagnia “Charlie” dai ferocissimi soldati giapponesi asserragliati tra la vegetazione dell’isola di Guadalcanal. Ma è anche quel confine “tra la lucidità e la follia”, come scrive Rudyard Kipling in uno dei suoi versi. Perché La sottile linea rossa è, ancora prima che uno splendido film di guerra, un dramma psicologico, incentrato sul pensiero e sulle illuminazioni dei singoli soldati protagonisti dell’opera, che spesso tireranno fuori considerazioni sul significato della vita che i più grandi filosofi possono solo accompagnare.

Ma andiamo con ordine: come anticipato, il regista Terrence Malick ci catapulta nel sud-pacifico del 1942, nell’ora più buia per l’America. I giapponesi (che non avevano ancora abbandonato le katane per lanciarsi nella concorrenza alla Apple) sono al culmine della loro espansione in Asia ed Oceania. Il governo americano ha dato la priorità alla risoluzione del problema crucco in Europa. Tocca quindi alla Marina e ad un manipolo di soldati il compito di frenare l’avanzata del nemico dagli occhi a mandorla, ed è sull’sola di Guadalcanal, a pochi chilometri dall’Australia, che avranno il compito di dare il via al cambio della marea.

Nel corso della sanguinosa battaglia per il controllo dell’isola, si intrecciano e si consumano le vicende dei vari protagonisti: dal colonnello Tall (Nick Nolte), militare di carriera che per arrivare al suo grado ha dovuto “spaccarsi la schiena e leccare il culo ai generali” e vede nella guerra nel Pacifico l’occasione di gloria che attendeva da una vita, e non esita per questo a mandare al macello i suoi uomini, al capitano Staros (Elias Koteas) che disobbedisce ai suoi ordini perché tiene alla vita di ogni suo singolo soldato. Dal soldato Witt, interpretato da Jim Caviezel, che fin dal suo monologo che apre La sottile linea rossa si interroga sulla ricerca dell’immortalità e sul senso che può avere il morire in quel bagno di sangue che è la guerra, al ferreo sergente Welsh (Sean Penn) che nonostante i suoi modi duri mostrerà il suo lato umano.

Questi ed altri personaggi affronteranno i giapponesi in una lotta all’ultimo sangue, circondati da una vegetazione lussureggiante che avvolge ed è al tempo stesso indifferente alla vicende umane e costituirà una presenza quasi ingombrante per tutta la durata del film. Ma la vera protagonista de La sottile linea rossa è la morte, che partecipa a questo dramma in ogni sua forma e modo. È lei infatti la vera nemica dei nostri personaggi, lei che spingerà molti dei soldati ai confini della sanità mentale.

La sottile linea rossa è per questo un film di guerra totalmente atipico e unico nel suo genere, a cui è difficilissimo dare un giudizio. Ma visto che la redazione di The MacGuffin mi paga anche per questo (e invece lavoro gratis), vi dirò che la stessa nomination a sette premi Oscar per il film, che rimase infine a bocca asciutta di statuette dorate, dà l’idea di quale possa essere il verdetto finale. E cioè che l’opera di Malick è di sicuro un buon film, con un cast stellare, alcune ottime idee sulla trama e monologhi da brivido, che spezzano però troppo spesso il ritmo della pellicola e fanno sembrare i protagonisti più dei filosofi che dei soldati.

La sottile linea rossa resta comunque un pezzo pregiato ed imperdibile per tutti gli appassionati del genere e per ogni cinefilo che si rispetti. Vi lascio con una delle riflessioni più belle del film:

Questo grande male, da dove viene? Come ha fatto a contaminare il mondo? Da quale seme, da quale radice si è sviluppato? Chi è l’artefice di tutto questo, chi ci sta uccidendo, chi ci sta derubando della vita e della luce prendendosi beffa di noi, mostrandoci quello che avremmo potuto conoscere? La nostra rovina è di sollievo alla terra? Aiuta l’erba a crescere, il sole a splendere?

Article written by:

Edoardo Canepa

Genovese classe '93, di giorno è un timido e serioso bancario, di notte un nerd assatanato di serie tv, libri, film e videogiochi. Vive in città ma è campagnolo dentro. Adora alla follia Stephen King, la birra e le tartarughe.

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