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La tartaruga rossa, o di come ricostruire nella natura il significato della vita

La tartaruga rossa, o di come ricostruire nella natura il significato della vita My rating: 5 out of 5

Mi illudo spesso di potermi considerare un critico cinematografico e qualche volta, immedesimato a tal punto nel ruolo, lo divento. Obiettivo ambizioso, senz’altro, ma non altrettanto pretenzioso se teniamo in conto che, dai, prima o poi magari un giorno critico lo divento anche. O no?! Ma qua viene il bello, perché spesso la gente amplifica in modo esponenziale la mia illusione dandomi dell’intellettuale. E io qui mi monto la testa e divento il miglior critico cinematografico di sempre. Nulla di tutto ciò è accaduto nell’approcciarmi a La tartaruga rossa.


Abbandonare di tanto in tanto l’approccio critico alle faccende può aiutare nell’apprezzare in modo più autentico un’opera. TALVOLTA. E ora non so se sono io ad essere stato fortunato, ma con La tartaruga rossa ho trovato il film perfetto, in quanto non mi richiedeva una compensazione critica successiva alla visione. Ed è proprio da qui che voglio iniziare a raccontarvi questo capolavoro.

Sostanzialmente vi sto dicendo che questo sarà un articolo di merda. Seguimi, lettore!

la tartaruga rossa

Percepite lo sguardo inquisitorio?

Che cosa intendo esattamente? Bé, che di solito, nell’approcciarmi a un film – o a maggior ragione alla scrittura di un articolo – tendenzialmente arrivo già con degli strumenti, che potrebbero essere una conoscenza generica del regista, piuttosto che uno sguardo alla trama, o ai premi vinti dal film e via dicendo. In generale normalmente affronto un film con un minimo di documentazione preventiva.

Nel caso de La tartaruga rossa no. Sono arrivato alla visione di questo film senza nessuna informazione. E vi dirò: è stata una figata. Giusto per intenderci: le informazioni preventive sono utili, ma in qualche modo orientano preliminarmente la visione, il che può essere un bene o un male. Ad esempio: so che il film che sto andando a guardare è di Tarantino e la cosa mi condizionerà al 100% (ho preso Tarantino perché è un esempio lampante, non fate i bacchettoni); so che il film è un horror, la cosa mi condizionerà; so che il film che mi sto per guardare a casa ha vinto l’Oscar al miglior film… avete capito. Bene, io ho iniziato a guardare La tartaruga rossa sapendo solamente che era un cartone animato, quindi scevro da qualsiasi pregiudizio.

Ebbene?

la tartaruga rossa

È stato come ricordare un intero sogno e riuscire a ricostruirne passo dopo passo la narrazione.

Già il fatto che il film sia animato è subito un fattore. Perché io sono uno di quei cinefili snob che mettono un’etichetta su tutto: ma sono convinto che esista una differenza tra cartone animato e film d’animazione. E La tartaruga rossa è decisamente un film d’animazione. E quindi che cazzo, l’animazione deve essere un fattore. Nel caso specifico stiamo parlando di un’animazione minimale e mista che ben si adatta ad un film che si svolge in un unico scenario: un’isola deserta. Ma non finisce qui.

Le tecniche utilizzate concorrono a rendere percepibile la sospensione dell’incredulità ma contemporaneamente ci catapultano in una dimensione sognante. Aggiungeteci che il film è totalmente privo di dialoghi o parole pronunciate: ci sono giusto un paio di versi che emettono i protagonisti per ricordarci che siamo cugini delle scimmie. Sim-sala-min e ottenete la sensazione di star vivendo un mondo a parte. Che di fatto è così, perché l’isola deserta è un ambiente completamente estraneo ad un essere umano abituato a vivere in società.

Ennesima figata: non sappiamo nulla del protagonista. E quindi La tartaruga rossa diventa una tela bianca da oleare con le tinte dell’animazione. Scusate, so’ poeta.

tortue rouge

E qual è il quadro che ne esce?

Io parlo avendo visto il film senza avere pareri esterni, come dicevo sopra, quindi può essere che quanto sto per dire sia possibile solo date tali premesse. Ma vabbé. Credo che ognuno possa trarne ciò che ha dentro, nel senso che lo stato emotivo dello spettatore assume un ruolo attivo nella determinazione dei significati. L’effetto è reso ancora più autentico dal fatto che il film cambia pelle con scioltezza, come una Raperonzolo che slega la chioma. Oggi solo riferimenti alla cultura di massa, sono a corto di inventiva. E quindi ci troviamo a vivere – letteralmente – ansie, paure, preoccupazioni, angosce, gioie, soddisfazioni, amore, rabbia e potrei continuare per anni. Ma la parte toccante deve ancora arrivare.

Sì, perché uno sguardo costante sullo svolgersi delle cose è rintracciabile nella pellicola. E la chiave è la volontà di narrare la vita. E noi ce ne accorgiamo in medias res, perché inizialmente non ci era evidente che ogni scena era un tassello che stava ricostruendo piano piano tutto il percorso della vita – dalla nascita alla morte.

Qui La tartaruga rossa sprigiona il suo essere capolavoro nel trattare un tema così vasto e complesso in così poco tempo (il film dura 80 minuti) e con così tanta efficacia da lasciare un segno indelebile nel (mio) cuore. E non dimentichiamoci che lo fa utilizzando l’animazione, mezzo più leggero e più facilmente “leggibile” (passatemi il termine). Questo a testimoniare che siamo davanti a un film che vuole comunicare e lo fa con tutte le forze che il mezzo cinema gli mette a disposizione. Un po’ come tenta di fare Ajeje Brazorf con il controllore.

la tartaruga rossa

Ma in realtà possiamo andare ancora un pelo oltre. Questo perché, in virtù di quanto detto sullo stato emotivo dello spettatore, ci è possibile aggiungere che La tartaruga rossa ci sta mostrando la nostra vita – nostra sia in senso individuale, sia in senso collettivo, come umanità. Tutto questo senza le parole e col “solo” utilizzo del cuore e del cinema.

Mi sembra superfluo dirvi che dovete per forza guardare il film, altrimenti la vostra vita insignificante sarà incompleta. Ma se quanto già detto non bastasse considerate anche il fatto che la pellicola è prodotta dallo Studio Ghibli. Stavolta Cannarsi non ha potuto colpire!

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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