l'assassino
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L’assassino: lo strabiliante esordio registico di Elio Petri

L’assassino: lo strabiliante esordio registico di Elio Petri My rating: 4 out of 5

Elio Petri è un autore che tutti quanti conosciamo, sia in patria che all’estero, ed è una di quelle personalità cinematografiche che si reggono da sole sulle proprie gambe, irte come statue greche, con una propria poetica ben delineata e tanto talento da diffondere alle plebi. Solitamente, però, un autore così ben formato impiega del tempo per costruire il suo cinema, per dargli la forma che esattamente egli ricerca; nel caso di Petri no, perché già con L’assassino, suo film d’esordio, si fa riconoscere e amare.

Quello che proviamo a fare oggi è prendere questo L’assassino, film in buona parte dimenticato per quanto ne so, e analizzarlo ricavandone le tematiche e le forme tipiche del cinema di Petri. Il tutto con una sfrenata passione per il cinema italiano, il più bello del mondo. Ho sfiorato il nazionalismo per un attimo.

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Sì, c’è quel buonuomo di Marcello Mastroianni.

È pur vero che i registi italiani del periodo si sono quasi sempre trovati a lavorare con attori della madonna, però io credo che lo zampino della direzione registica ci sia, in questo film, ma non solo. Sì, perché Mastroianni qui è perfetto, in uno stato di grazia raro – certo veniva da La Dolce vita, ma me cojoni. È anche vero che in Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, che arrivò 9 anni dopo L’assassino, Gian Maria Volonté recitò quella che è probabilmente la sua miglior performance di sempre. Prima della performance del genere, è ovvio. Battuta brutta, ma brutta brutta.

Alla luce di ciò, mi sembra che sia da riconoscere il fatto che Elio Petri gli attori li sa dirigere, sommandovi il fatto che ne L’assassino il cast non ha sbavature, né per la scelta dei ruoli, né per le loro interpretazioni. Se il buongiorno si vede dal mattino…

l'assassino

Ustregheta gli sbirri.

Ma l’attenzione alla direzione degli attori non è casuale, infatti buona parte del cinema di Petri ha motivi psicanalitici, che indagano l’inconscio, con uno sguardo insight. Così accade ne L’assassino, che solo superficialmente è un noir. Ma non mettiamo troppe droghe nel calderone troppa carne al fuoco, con calma.

Urge una sorta di preludio. Elio Petri, come accennato nell’introduzione, è un cineasta che si discosta dalla “tradizione” cinematografica italiana e che comunque non si inserisce in nessun movimento cinematografico e persegue una poetica personale, indipendente dal contesto, seppur sempre a contatto con la sua realtà e il suo tempo. In questo scenario si colloca il suo rapporto coi generi: ne affronta tantissimi, ma sostanzialmente senza mai realizzare un film di genere. E in che senso?

Prendiamo l’esempio de L’assassino. Il film di base è un noir con struttura da poliziesco, ma gli stilemi del genere sono quasi del tutto assenti, o meglio: rielaborati per scopi personali. Qui infatti la struttura del noir è al servizio della ricostruzione autopsistica (esiste? neologismo?) della vita del protagonista: le indagini condotte dai commissari di polizia scavano nel passato del personaggio e ne fanno emergere forti tensioni interne alla psiche.

Qui si inscrive un’altra caratteristica tipica del (primo) Petri: il distanziamento dal Neorealismo. Per rappresentare il passato del protagonista il regista inserisce numerosi flashback, ma senza calarli in una costruzione formale lineare: i ricordi del passato affiorano, a livello visivo, nello stesso modo in cui un ricordo ci torna alla mente – improvvisamente e senza spiegazioni immediate. Quindi i flashback sono irruenti, improvvisi, carichi di tensione espressa a livello formale. Così facendo Petri si allontana in modo deciso da una rappresentazione realistica del mondo.

marcello mastroianni

“Aoh regà, questo è morto!”

Sappiate che c’è ancora un elemento da prendere in considerazione riguardo alla destrutturazione del noir, ma ne parliamo tra poco. Maestro narrativo nella creazione della suspense.

Come spesso (sempre) le musiche sono eccezionali. A volte mi coglie in sogno la colonna sonora di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto a ricordarmi che la vita è ingiusta e sporca. Ma anche la colonna sonora de L’assassino fa il suo lavoro.

La caratteristica peculiare di quest’accompagnamento musicale è l’alleggerimento – e anche qui in parte siamo nell’ambito della disgregazione del noir. Il noir fondamentalmente è cupo, teso e pesante e in questo film non dovrebbe essere da meno (viste anche le tematiche), ma è proprio la colonna sonora che trasforma l’atmosfera con quel suo jazz spensierato a La Pantera rosa. Così facendo l’intero film viene vissuto dallo spettatore con un piglio decisamente leggero, mentre in realtà dentro al protagonista si sta consumando un trauma profondo.

Sostanzialmente Elio Petri prende il noir e ci gioca, ci sperimenta, fino a portarlo quasi al collasso interno.

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Sta con fica 1 e intanto chiama fica 2.

Che tra l’altro. Ma Mastroianni è sempre uno sciupafemmine dalla dubbia moralità in qualsiasi film reciti? Pensate solo a La dolce vita 8 ½. Beato lui. Il MacGuffin ha appena perso tutto il suo pubblico femminista.

La ciliegina sulla torta arriva proprio nel finale, come dovrebbe essere in un’ottima sceneggiatura, soprattutto se poliziesca. So che spoilerini ce ne sono già stati, ma occhio qui nel caso non aveste visto il film perché si picchia forte.

Il protagonista, ritenuto per tutta la durata della pellicola il sospettato numero uno del delitto a soggetto, alla fine viene rilasciato, innocente. Anche se sarebbe meglio dire innocente per la legge. Come lo stesso Petri ha infatti affermato, il personaggio di Mastroianni è però colpevole di disumanità: è un arrampicatore sociale senza scrupoli che negli anni ha sempre usato le persone unicamente come mezzi per raggiungere i suoi scopi personali. Bastardo infame.

Qui il noir collassa definitivamente. La risoluzione del delitto è completamente imprevedibile e, a livello cinematografico, esigua. La sequenza in cui Mastroianni si scopre innocente e viene invece decretato colpevole il vero assassino dura un batter d’occhio, senza nessun indugio da parte del regista. Ed è qui allora che da noir passiamo a processo alla coscienza: nel film si respira un’aria kafkiana (il protagonista viene portato in questura senza sapere il perché, come il protagonista de Il processo di Kafka, che si sveglia e viene portato a processo senza motivo apparente) pregna di analisi psicanalitiche.

E così la risata finale di Mastroianni, che ha un non so che di diabolico, rende evidente e manifesta sullo schermo la scissione interiore del protagonista, rivelando che egli non è un assassino, ma che colpevole lo è veramente.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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