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Il lato positivo – Forse siamo tutti un po’ matti

Il lato positivo – Forse siamo tutti un po’ matti My rating: 5 out of 5

I protagonisti di David O. Russell mettono a disagio, sono fuori luogo, sfociano nel tragicomico, in un intonato coro di voci stonate.

Trama

Sai cosa farò? Prenderò tutta questa negatività e la userò come carburante per trovare il lato positivo! È questo che farò! Non è una stronzata… ci vuole impegno!

Dopo 8 mesi di permanenza in un ospedale psichiatrico, Pat torna a casa. La sua mente è occupata da una semplice idea: deve riconquistare sua moglie, Nikki. Sentiamo molto parlare di lei, la vediamo per pochi fotogrammi ma, credetemi, bastano e avanzano. Nonostante infatti non sia Pat l’incazzoso della famiglia (ci arriveremo), il poverino è scattato una sola volta: tornando a casa prima dal lavoro di supplente, trova l’adorabile consorte nella doccia con il professore di storia (pure di ruolo!). Non essendo abbastanza per far impazzire chiunque, come sottofondo i due si erano scelti la canzone del matrimonio del protagonista (seria?), che da questo momento ne sarà tormentato.

Perciò sì, Pat, che ha convissuto tutta la vita con un non diagnosticato bipolarismo, è scattato. Tutto quello che deve fare ora è ricostruirsi e riprendersi la sua vita, riuscire a scorgere il lato positivo, quell’orlo argenteo delle nuvole che nasconde il sole, tra sacchi della spazzatura indossati sulla felpa per sudare e dimagrire e incomprensioni varie con Ernest Hemingway.

I pazzi del quartiere

Sei ossessivo compulsivo

Cosa? Ma che dici. E poi se faccio un sacco di soldi a chi importa se faccio così o cosà?

Il film è del 2012 (già!?), Bradley Cooper non è ancora l’eroe di guerra di Clint Eastwood, ma con questo ruolo sembra già prendere le distanze da Las Vegas (Una notte da leoni appare lontana anni luce) e dalle commedie romantiche hollywoodiane cui ci aveva abituati (La verità è che non gli piaci abbastanza) e buca lo schermo con un’interpretazione convincente e spiazzante, che gli vale una candidatura all’Oscar come miglior attore protagonista. Ride e piange e sclera e balbetta anche, mentre cerca di spiegare ai genitori come il loro atteggiamento negativo non sia altro che un veleno, cui anche lui un tempo era assuefatto.

I signori Solitano poi meritano un discorso a parte.

Jacki Weaver e Robert De Niro (entrambi candidati agli Oscar per le rispettive parti) si inseriscono perfettamente nel folle quadro della via di Philadelphia dove si svolge l’intero film. Lei è “la grande quercia che tiene unita la famiglia” con le chele di granchio e gli stuzzichini. Nessuno fa quello che dice, anche quando sembra essere l’unica sana di mente in tutta la storia.

Lui è, in una parola, grandioso. E matto sì, ma in questo film non ne troveremo uno normale: bandito dallo stadio degli Eagles perché ha picchiato un po’ tutti, licenziato, si da alle scommesse clandestine puntando tutti i soldi che possiede e che dovrebbero servirgli per avviare un ristorante sulle partite di football, che segue con rituali da ossessivo compulsivo (fazzoletto e telecomandi devono trovarsi in un punto preciso e solo in quello per non portare iella agli Eagles).

Che vi dicevo? Grandioso.

I due cercano disperatamente di far capire al figlio che Nikki potrebbe non tornare da lui, che deve essere pronto ad accettare quella eventualità senza esserne distrutto, ma niente sembra distrarlo dalla sua missione. Niente, tranne Tiffany.

Tiffany Maxwell

Possiamo fare una conversazione senza che mi ricordi che il mio dannato marito è morto?!

Partiamo col dire che Tiffany è il nome più sbagliato che si potesse dare a questa ragazza dall’aspetto un po’ dark e l’atteggiamento scontroso. Nel quartiere viene tenuta a distanza a causa del crollo emotivo che ha avuto in seguito alla morte del marito e che le ha causato non pochi guai. Come Pat, è vista come la stramba “che fa un sacco di terapia”, qualcuno da evitare e compatire. Ad accomunarli sono l’emarginazione, le medicine, la mancanza della persona amata, l’incomprensione della famiglia. Ma Tiffany ha qualcosa che Pat non ha: si accetta. Lui è un continuo ripetere, convincere e convincersi di essere guarito, di aver superato il momentaneo momento di follia per tornare a  essere “normale”. Lei è un vulcano di uscite fuori luogo, colpi di testa e passato “torbido”. Ma non si vergogna di niente e non chiede scusa a nessuno per il suo essere anticonvenzionale.

Dall’incontro/scontro tra Pat e Tiffany, che promette al protagonista di aiutarlo a riconquistare Nikki in cambio del suo aiuto in “una cosa sì… una cosa di ballo”, prende avvio il vero momento clou del film, dominato da un’inarrestabile Jennifer Lawrence (premio Oscar con tanto di caduta sulle scale per coerenza).

Ballerina dilettante e maestra improvvisata, cinica critica letteraria e nemica del football, sulle note di una colonna sonora tra cui spiccano Bob Dylan e Johnny Cash (Girl from the north country, ve la consiglio), dal dialogo tra la Lawrence e Cooper nella loro prima collaborazione (prima di quattro, attualmente, e, secondo il parere di chi scrive, la più riuscita) risulta una commedia a tratti amara capace di toccare temi non semplici da trattare con uno sguardo realista e spesso malinconico, ma sempre positivo.

Article written by:

Rosa Bartolone

Lettrice appassionata, fotografa dilettante, ladra di cioccolata con l'inutile talento di ricordare a memoria ogni battuta dei film che più le piacciono. Habitat naturale: primo volo per ovunque (o divano e Netflix, dipende..)

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