L'attimo fuggente 
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L’attimo fuggente

L’attimo fuggente My rating: 4 out of 5

Quello che Peter Weir ci propone con L’attimo fuggente  è un messaggio che viene proiettato direttamente sullo spettatore, uno spettatore-prisma che deframmenta il raggio di luce originario in tutte le sue varie componenti e riesce ad osservarle meglio una per una. Un altro modo per dire che in questo film sono rintracciabili tutte le componenti dell’umana crescita, di quel momento cruciale che anticamente veniva definito con dei riti di passaggio.

I ragazzi de L’attimo fuggente vivono tutti il periodo che li definirà come uomini oppure vedrà la loro caduta; sono lì, in bilico su una corda che si assottiglia sempre di più e che richiede sempre più abilità per restarci sopra in piedi.

Neil, Todd, Knox e Dalton sono i quattro principali protagonisti che negli anni Cinquanta frequentano la rigida Welton Academy, i quattro ragazzi che più subiranno il potente influsso di John Keating, il nuovo professore di Lettere interpretato da Robin Williams.

Keating è per loro come una ventata di aria fresca, una sveglia che irrompe nel loro torpore e che fa rendere conto loro che quello che stanno facendo, quello che stanno godendo, dura solo un attimo e poi fugge, inghiottito dal correre del tempo. Bisogna essere pronti per puntare alla felicità, bisogna essere lì a cogliere l’attimo, l’attimo fuggente appunto.

I ragazzi di Keating capiscono il valore del sentimento, del non uniformarsi a una cultura media, a un infruttuoso e delirante studio matematico delle materie umanistiche, alla formula scientifica con cui devono essere analizzate le poesie. Keating fa vivere loro la passione che traspare dalle parole dei poeti, dalla vita che si propaga da esse e che non svanisce nel nulla una volta girata la pagina, ma riecheggia nel tempo.

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I ragazzi sono immediatamente conquistati da questa figura per loro del tutto nuova, così fanno ricerche su di lui e scoprono che anch’egli aveva frequentato la stessa Welton Academy e che era membro della cosiddetta “Setta dei Poeti Estinti”: un gruppo di ragazzi che si riunisce per leggere poesie e per indagare il nocciolo dell’umano, per arrivare là dove il cuore batte e sentire cosa ha da dire.

I ragazzi di Keating lo prendono come esempio e ricostituiscono la setta, attirandosi così il dispiacere del preside e di alcuni professori della vecchia e granitica Welton, non ancora pronta a sopportare che qualcosa vada fuori dagli schemi, che qualcosa non sia perfettamente controllabile.

Diventato immediatamente un film di culto già nel 1989 questo film ha accompagnato la crescita degli adolescenti, parlando direttamente nel modo più a loro congeniale, ha mostrato come crescere significhi innanzitutto esprimersi ed essere in grado di sentire. Keating evidenzia la potenzialità del linguaggio, sostiene i ragazzi a non arrendersi alla volontà delle istituzioni, ma a ribellarsi, evadendo le costrizioni per giungere all’affermazione di loro stessi, della loro volontà e dei loro sogni.

Tanti sono i messaggi che Weir vuole mandare con questo bildungsroman moderno, questo “romanzo di formazione” attualissimo ancora oggi perché va a toccare nervi sempre scoperti: il rapporto simbiotico tra materie umanistiche e scientifiche, il modo in cui tutte ricoprono bisogni diversi ed essenziali dell’Uomo, della loro possibilissima convivenza e reciproco rispetto; guarda al rapporto padre-figlio, con l’opprimente signor Perry che vuole tarpare le ali all’estroso figlio Neil; all’importanza rivestita dalle figure degli insegnanti, come sia più importante la passione che essi ci trasmettono che le nozioni in sé; parla di ragazzi che devono dimostrare di essere diventati uomini, di avere il coraggio di montare in piedi su una cattedra e urlare al mondo che non ci stanno, che è più importante una visione del mondo soggettiva e peculiare, piuttosto che una immutabile e uniformata.

Più che un film sulla crescita in sé è forse un film sulle idee, come ci si possa sacrificare per un’idea; quale sia la forza incrollabile che un’idea dona.

É un film sul cosa vuol dire essere prima di tutto umani.

Bisogna dire che molta della sua grandezza questo film la deve ad un attore istrionico e senza tempo come quel Robin Williams che negli anni Novanta ha costruito la sua fortuna, prestando le sue interpretazioni a parti che per sempre resteranno nell’immaginario comune.

Quello de L’attimo fuggente è un unicum, in quanto capace di abbinare la sua vena comica al suo indubbio talento drammatico, talento drammatico che possiamo vedere replicato in pellicole come Will Hunting e che gli sono valse numerosi  premi e riconoscimenti.

Qui Robin Williams appare come l’unico in grado di accendere la luce nella tetra e petrosa Welton Academy, come l’unico in grado di spaccare il silenzio con una risata, un sorriso in grado di riscaldare dal freddo che permea tra una classe e l’altra. John Keating è l’insegnante perfetto, quello che tutti noi vorremmo avere perché in grado di farsi volere bene e di fare amare quello che insegna; in grado di interessare prima che di insegnare, di mostrare prima che trasmettere. Il suo sorriso, il suo sguardo a tratti malinconico, si sposano perfettamente all’ambiente autunnale e decadente che la fa da padrone durante tutta la pellicola. Un paesaggio che riflette la decadenza di quei granitici anni Cinquanta, pregni di quel maccartismo rigido, austero e inumano che allontana più che unire, che rende gli uomini numeri di serie e macchine ripetenti, che priva del calore che solo uomini come John Keating riescono a portare all’interno di quelle mura.

L’attimo fuggente è una pellicola basilare del nostro tempo, che grazie alla sceneggiatura di Tom Schulman (valsagli un Oscar) è diventata un film che resterà nella storia per sempre, in quanto affronta problemi eterni: la paura di crescere, l’importanza della passione, la capacità di essere ed esprimere sé stessi, il potere, a volte anche distruttivo, dei sogni.

Questo film combatte per svegliare una generazione, per creare menti attive e critiche, in grado di vedere il mondo da diverse prospettive, ed è proprio nella sua valenza politica e poetica che trova un senso del tutto nuovo e ulteriore.

 

«É proprio quando credete di sapere qualcosa, che dovete guardarla da un’altra prospettiva, anche se può sembrarvi sciocco o assurdo, ci dovrete provare. Ecco, quando leggete per esempio, non considerate soltanto l’autore, considerate quello che voi pensate. Figlioli, dovete combattere per trovare la vostra voce. Più tardi cominciate a farlo, più grosso è il rischio di non trovarla affatto. Thoreau dice che molti uomini hanno vita di quieta disperazione.
Non vi rassegnate a questo! Ribellatevi!
Non affogatevi nella pigrizia mentale. Guardatevi intorno!
Osate cambiare. Cercate nuove strade».

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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