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L’Ultimo Spettacolo: una non-storia che racconta moltissima America

L’Ultimo Spettacolo: una non-storia che racconta moltissima America My rating: 5 out of 5

Tutto sommato, l’America pensavo di conoscerla: anche se finora ho potuto tastare con mano soltanto la città meno yankee del continente, ho letto praticamente tutti i maggiori autori provenienti da oltreoceano, conosco a memoria gli album di Springsteen, e ho visto gran parte di ciò che il grande schermo ha prodotto in tema di promised land. Gran parte, ma non tutto: mancava infatti un tassello fondamentale per chiunque subisca il fascino riarso della provincia più grossa del pianeta, oltre che per un cinefilo degno di questo nome. Finora avevo rimandato la visione de L’ultimo spettacolo perché mi era stato descritto come una sorta di romanzo di formazione, genere che non mi ha mai entusiasmato; io gli americani li voglio di mezza età, imbolsiti e disillusi, non giovani carichi di belle speranze. Ebbene, nulla di più sbagliato: perché il film del 1971 di Peter Bogdanovich ci parla sì di ragazzini, ma con già tutta l’amarezza della vita adulta. Oltre ad essere, per dirla in due parole, un capolavoro.

Tratto dall’omonimo romanzo di Larry Mc Murtry, L’ultimo spettacolo racconta la piatta quotidianità di un minuscolo paesino del Texas, ma potrebbe stare indifferentemente in Oklahoma, Wisconsin o un qualsiasi stato quadrato senza città degne di questo nome, e in particolare le vicende di un gruppo di amici a un passo dal diploma. Sonny (Timothy Bottoms) e Duane (un Jeff Bridges strepitoso al suo banco di prova per Fat City, che uscirà l’anno successivo), protagonisti di questa storia che in realtà storia non è, si barcamenano tra la squadra di football locale, il biliardo e il cinema gestiti dal burbero ma saggio Sam (Ben Johnson), le ragazze non ancora donne e già insoddisfatte (una su tutte Jacy, al secolo Cybill Shepherd), i sogni – pochi – e le amarezze – molte. Sullo sfondo, casalinghe disperatissime per aver sopravvalutato l’amore o per non averlo tenuto abbastanza da conto (strabilianti Cloris Leachman e Ellen Burstyn), uomini semplici quando non addirittura rozzi, preti un po’ troppo interessati alle bambine e un intero villaggio che sta a guardare, e un sacco di polvere.

Per noia si va fino in Messico per il weekend, per noia si gioca a biliardo, per noia si comincia a scoprire il sesso senza nessun ardore, per noia si costringe lo scemo del villaggio, forse l’unica figura positiva del film, ad approcciarsi con scarso successo ad una prostituta. Non esiste un futuro degno di questo nome dopo la scuola: si resterà lì, si diventerà operai, se si è fortunati ci si sposerà con la più carina della classe. L’America è talmente piatta che la guerra di Corea sembra improvvisamente allettante; e L’ultimo spettacolo, quello che verrà proiettato nel minuscolo cinema prima che chiuda per sempre i battenti e che non poteva essere che un americanissimo e gagliardissimo western, segna il passaggio da una gioventù apatica a una vita adulta carica di frustrazioni.

Bianco e nero e primi piani vividi fanno da cornice a questa non-storia che in realtà racconta moltissimo: un affresco della provincia americana dove un anno sembra durare secoli, dove l’unica via di fuga sta nell’annientarsi, dove non raggiungere, ma anche solo immaginare qualcosa di diverso non è possibile.

L’ultimo spettacolo è stato inserito in svariate liste degli x migliori film americani; a voi basti sapere che non si può parlare di cinema, e di America, senza prima averlo visto.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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