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Margin Call

Margin Call My rating: 4.5 out of 5

È appena ricominciato House of Cards e l’argomento di conversazione di ogni cena, aperitivo e pausa pranzo è “ma quant’è bravo Kevin Spacey“, a cui immancabilmente fa seguito un “poi è perfetto nei ruoli da villain“. In effetti quando si pensa all’attore statunitense tornano subito alla mente lo psicopatico di Seven, il serial killer de The Usual Suspects, il padre nevrotico di American Beauty. Anche quando si è trattato di commedie, Spacey ha prediletto ruoli piuttosto ambigui, basti pensare all’agente di vendite di The Big Kahuna o al perfido amministratore di Horrible Bosses.

Tuttavia, c’è un caso in cui Spacey non è il più cattivo del cast: trattasi di Margin Call, film del 2011 diretto da J. C. Chandor.

In questo film infatti l’attore è Sam Rogers, funzionario di una super-banca di credito finanziario un po’ disilluso e in piena crisi di mezza età, che si trova invischiato in una riunione notturna per decidere le sorti dell’istituto – e fin qui vabbè – e dell’economia mondiale, e qui si capisce perché i tre quarti del film presentino gente in preda a dilemmi etici e sudori freddi. Il motivo? Eric Dale – uno Stanley Tucci più che perfetto in questo ruolo – viene licenziato in tronco dalla sua superiore – l’insopportabile e quindi bravissima Demi Moore, ma fa in tempo a passare una chiavetta al giovane Peter Sullivan, al secolo Zachary Quinto, il quale scopre che la suddetta banca si è data a operazioni di finanza un po’ troppo allegra e che pertanto ha le ore contate. Ecco dunque che vengono chiamati a raccolta il boss Jared Cohen (e qui Simon Baker ci dimostra che oltre ad essere belloccio è anche in grado di fare un’espressione diversa da The Mentalist), l’ancora più boss John Tuld (qui invece Jeremy Irons non dimostra niente, nel senso che non fa altro che confermare di essere un attore con i controcazzi), il boss-ma-non-così-boss Will Emerson (ottimo il viso scavato e un po’ cocainomane di Paul Bettany) e l’ultimo arrivato e decisamente arrivista Seth Bregman (un Penn Badgley ormai avviato). Le ore passano, le teste rotolano, le opzioni saltano e con loro anche l’intera Wall Street.

Filmone di denuncia tipicamente americano e non adeguatamente conosciuto, Margin Call ha preceduto di qualche anno The Big Short, e forse proprio a causa della crisi del 2008 ancora troppo fresca nella mente degli spettatori non ha avuto il successo che merita. Sì, perché oltre a un cast stellare e preparatissimo, questo film può vantare una regia incalzante e dei dialoghi che non danno respiro, facendoci arrivare filati all’ultimo minuto. Il divario fra ciò che è giusto fare e l’interesse personale è il vero protagonista – indovinate quale prevarrà, ed è proprio questo ad amareggiare Spacey/Rogers.

Che sebbene caschi in piedi, ha finalmente chiaro l’ordine delle priorità, e quindi che importa se il posto da dirigente è salvo quando il tuo amatissimo cane sta morendo?

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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