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Mean Girls: come sopravvivere in un mondo rosa shocking

Mean Girls: come sopravvivere in un mondo rosa shocking My rating: 4 out of 5

Sono quasi certa che la mia prima batosta sentimentale seria risalga alle medie, quando quello che mi piaceva disse che avevo le caviglie grosse (vabbè, andavano le All Star alte abbinate ai pinocchietti, devo dire altro?) e la mia amica del cuore me lo riferì. E da brava amica del cuore, fu lei a prescrivermi la visione terapeutica di Mean Girls.

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Da allora, per me, i chick flick (i film da pigiama party e vaschetta di gelato – e scatola di kleenex, ma dipende) si classificano secondo una precisa scala che va da zero a Mean Girls. Anzi, la definizione scientifica giusta per questi film è “una minchiata in stile Mean Girls”, anche se Mean Girls non è affatto una minchiata.

Scritto molto meglio delle solite teen comedy e di gran lunga più divertente, Mean Girls è uscito nel 2004 per la regia di Mark Waters, ma continua a essere un cult e un punto di riferimento per tutta quella produzione televisiva che narra le avventure ordinarie di protagoniste femminili adolescenti. Vediamo perché.

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Avviso: potrebbe scapparmi qualche SPOILER, però dai, stiamo parlando di un film del 2004, non averlo visto è un suicidio sociale. (cit.)

 

SO IT’S GOODBYE AFRICA AND HELLO HIGH SCHOOL

La storia di Mean Girls sembra una versione pop (riuscitissima) del mito del buon selvaggio, della serie siamo-tutti-buoni-e-pacifici-finché-la-società-cattiva-non-ci corrompe – anche se tutto ciò farebbe rivoltare Rousseau e Kipling nella tomba a ritmo di One way or another.

Cady Haron (Lindsey Lohan acqua e sapone prima del disastro), figlia adolescente di due zoologi, ha vissuto tutta la vita in Africa. Quando però il trasferimento per lavoro dei genitori la porta nell’Illinois, Cady si ritrova d’improvviso in un mondo nuovo, stressante e surreale, considerando anche un fattore non proprio trascurabile: la ragazza non è andata mai a scuola.

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Perciò, homeschooling a parte (prima che diventasse un trend fra le sette di pazzoidi), Cady non ha la minima idea di come funzioni una scuola superiore. No, non parliamo solo delle lezioni, degli armadietti e degli scuolabus. Parliamo di un mondo sociale del tutto estraneo a lei, con caratteristiche tutte sue, e per certi versi molto simile al regno animale della savana in cui Cady è cresciuta: anche la scuola può rivelarsi una giungla, in cui le specie inette si organizzano in gruppetti per difendersi dai predatori.

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Fin dal suo primo, terrificante giorno, Cady si trova a fare amicizia con Janis e Damian (Lizzy Caplam e Daniel Franzese), considerati i freaks della scuola, a pranzare seduta sul water (sopravvivere alla mensa, il luogo di ritrovo dell’intera fauna scolastica, è molto difficile), a venire ingaggiata nella squadra dei Mathlets (non so da voi, ma da me quelli che partecipavano alle olimpiadi della matematica erano dei nerd all’ennesima potenza), e soprattutto a conoscere le Plastics.

 

ON WEDNESDAYS WE WEAR PINK

Le Plastics (Barbie nella versione italiana – e come darvi torto, cari traduttori) sono il piccolo esercito delle ragazze più popolari della scuola, the teen royalty: Karen Smith (Amanda Seyfried, esilarante e adorabile), Gretchen Wieners (Lacey Chabert), e soprattutto LEI, the queen bee, la terribile Regina George (Rachel McAdams).

Il mondo delle Plastics ha regole ferree che non vanno trasgredite, pena l’esclusione al tavolo del pranzo: non si mette mai lo stesso top per due giorni di fila, si può fare la coda di cavallo solo una volta a settimana, i jeans si possono mettere solo il venerdì, il mercoledì ci si veste di rosa, non si può comprare una gonna senza chiedere prima come ti sta.

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Ma c’è una regola principale, la più importante di tutte: gli ex delle amiche sono vietati, proibiti, off limits.

Cady, neofita di queste importanti convenzioni sociali (that’s, like, the rule of feminism!, sì, esatto, ESATTO!), trasgredisce proprio questa, prendendosi una cotta clamorosa per Aaron Samuels (Johnatan Bennet), l’ex di Regina. Da lì, chiaramente, è guerra aperta: al contrario del regno animale, qui i duellanti devono essere subdoli e giocare di sabotaggi e ripicche. E del resto lo sappiamo bene, come si fa a rigare dritto rispettando regole simili, quando quello che ci piace ci chiede “che giorno è oggi?”. Dai, non dimentichiamoci che, anche se le attrici erano chiaramente plus-ventenni, le protagoniste hanno una quindicina d’anni scarsa. Vabbè, no, non cambia niente neanche a venti – suonati da un pezzo.

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RAISE YOUR HAND IF YOU HAVE EVER BEEN PERSONALLY VICTIMIZED BY REGINA GEORGE

Il monopolio delle Plastics sulla scuola (o meglio, sulla componente femminile della scuola) è detenuto tramite lo strumento supremo del potere: il burn book. Trattasi di un album rosa, un annuario del male, un inventario delle ragazze etichettate ciascuna con il proprio commento: questa è una troia, quella è grassa, quell’altra è mezza vergine…e naturalmente anche Janis, la prima vera amica di Cady, ha il suo posto e il suo speciale commento lì dentro.

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Alt, non gridate subito tutti allo scandalo e al bullismo (anzi, tutte, care e dolci fanciulle): sono sicura che se andassimo a rovistare fra i nostri antichi diari più o meno segreti, quelli che si aprivano tutti con la stessa chiavetta di plastica, ne troveremmo ugualmente delle belle. E probabilmente ci è sfuggito anche qualche messaggio di recente, vero? O qualche commento a voce, se proprio non ci sono prove scritte? Eh sì. Magari non così platealmente, ma lo shaming nelle sue varie forme è qualcosa che facciamo tutte (anzi, tutti). La saggia professoressa Norbury (Tina Fey, che oltre ad aver scritto il copione recita pure) lo dice chiaramente: se continuate a darvi della stronza e della troia fra voi, anche gli altri si sentiranno autorizzati a chiamarvi così. Guardate qua, e scusate per lo spoiler:

 

YOU’RE A REGULATION HOTTIE, OWN IT!

In inglese o italiano che sia, citare Mean Girls è uno stile di vita (dai, non l’avete detto mai ommioddio quant’è noiosah?). Addirittura, certe frasi sono entrate di diritto nel vocabolario parlato, tipo that’s my thing. A rendere così iconici i dialoghi è la sceneggiatura di Tina Fey, una scrittura acuta e spiritosa, che gioca con gli stereotipi per evitare di caderci dentro con tutte le scarpe. Ah, se siete di animo puro e sensibile vi avverto in anticipo: ci sono più “troia” e “stronza” che virgole.

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I WISH WE COULD ALL GET ALONG LIKE WE USED TO IN MIDDLE SCHOOL

Mean Girls però ha una falla, e bella grossa: finisce in maniera inverosimile. Sono molto tentata di dirvi come, ma meglio di no. Si tratta però di un epilogo evitabile, che tradisce un po’ tutta la storia e l’idea che c’è dietro, specialmente dopo un’ora e mezza di film pungente e ironico fin dalla prima scena.

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Ancora oggi, a tredici anni e svariate delusioni random di distanza, Mean Girls continua a rimanere per me uno degli antidoti migliori alla tristezza nei giorni no, un concentrato di buonumore nei giorni sì e un modo per far riposare i neuroni stanchi nei giorni boh. Mi fa ridere, mi fa ricordare, mi tira su, mi fa anche riflettere, ma soprattutto mi fa sperare che non ci sia niente che non possa essere rimesso a posto da una vaschetta di gelato e “una minchiata in stile Mean Girls”. Da sola o in compagnia della stessa amica del cuore che me lo consigliò anni e anni fa – e se lo conosciamo tutto a memoria poco importa, it’s so fetch!

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La mia data di nascita è il primo pezzetto della tabellina del 3. Campo di grammar nazismo in più lingue, teatro amatoriale, tè e altre splendide cose che non fanno curriculum. Finché non mi crasha photoshop faccio anche l'illustratrice. Se esistesse un posto con i tramonti del Lago Trasimeno e le porte di Bologna, abiterei lì. Guardo film per poter dire che vabè comunque il libro era meglio.

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