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Morto Stalin, se ne fa un altro – o del lato divertente dell’Unione Sovietica

Morto Stalin, se ne fa un altro – o del lato divertente dell’Unione Sovietica My rating: 4 out of 5

Siamo a Mosca, la sera del 28 febbraio 1953; per le strade fa un freddo cane, ma non in teatro, dove un’orchestra sta eseguendo magistralmente una sonata di Mozart, talmente bene da scaldare persino il cuore di Stalin: voglio una copia della registrazione, e subito. Registrazione che non era stata fatta, ma a tutto c’è rimedio, soprattutto se si tratta del baffuto dittatore: il concerto viene rifatto, il disco inciso e spedito, ma con un biglietto non esattamente adorante da parte della pianista. Sarà la vodka, saranno le note così ben suonate, sarà l’oltraggio di quelle parole, fatto sta che al nostro viene un coccolone non appena aperto l’appunto. I grandi del Politburo accorrono al suo capezzale, ufficialmente per curarlo e adorarlo, in realtà per mettere in pratica una delle grandi verità della storia: Morto Stalin, se ne fa un altro.

Tralasciando la traduzione del titolo italiano, la cui pesantezza è pari solo agli apparati burocratici dell’Unione Sovietica, il film di Armando Iannucci girato nel 2017 è un piccolo gioiello di satira politica: non tanto per la figura di Stalin, che si trasforma in salma già nella prima mezz’ora, quanto per il circo che si scatena intorno alla bara. Ci sono tutti quelli che avete studiato nei libri di storia: il vice e futuro successore, anche se per un tempo irrisorio, Malenkov, interpretato da un untuoso e balbettante Jeffrey Tambor, l’ignaro e quasi ingenuo Molotov (Michael Palin), ma soprattutto Nikita Kruscev e il capo della polizia segreta Berija; nell’ordine, Steve Buscemi e Simon Russell Beale, ed è difficile dire chi dei due sia il più riuscito.

Buscemi è come ce lo aspettiamo: gigione, sopra le righe e assai divertito dal vestire i panni di un Kruscev molto poco istituzionale e un po’ isterico, al quale viene appioppata un’organizzazione di funerale degna del peggior wedding-planner americano. Beale è perfetto nella parte del cattivissimo: pancia prorompente, sorriso sardonico, occhialetti da impiegato, dossier anche su sua madre e votato ai giochi di potere – e alle torture nel tempo libero. Di contorno, il figlio di Stalin, alcolizzato, in preda a deliri di onnipotenza e parecchio scemo, Vasilij (Rupert Friend), e la figlia Svetlana (Andrea Riseborough), che vorrebbe diventare una nuova zarina ma farebbe meglio a guardarsi le spalle.

Morto Stalin, se ne fa un altro fa parecchio ridere, ma con un sacco di brividi in sottofondo: perché mentre Berija fa battutine sui corsetti di Malenkov e sul culto della personalità, intorno a lui le sue guardie sparano a vista; o ancora, Kruscev con una mossa che sembra un innocuo dispettuccio mette all’angolo il suo rivale più temibile, e poco importa se l’effetto collaterale è una carneficina per le strade. Il re è morto, viva il re, verrebbe da dire, solo che bisogna decidere chi lo sarà. Iannucci mescola sapientemente commedia nera e Storia, e riesce a farne una perla di cinismo: chi era Machiavelli al confronto di questi grigi funzionari?

Molte le scene esilaranti: dal già citato funerale, alla comparsa di un capo dell’esercito che sembra la caricatura di Schwarzenegger (Jason Isaacs), alla ricerca della bambina che aveva posato con Stalin per dare continuità all’immagine dei leader, solo che nel frattempo è diventata “alta come uno struzzo”, alla fotografia ufficiale di Malenkov, imbellettato come la ballerina di un bordello, ai campi di detenzione siberiani che a un certo punto “fermi tutti, si torna a casa, ci siamo trasformati in liberali”, alla passione di Stalin per gli occidentalissimi western. Che dire poi del ritrovamento del suo (quasi) cadavere, tra politici immersi nell’urina, soldati che non osano dare l’allarme, medici improbabili e sosia prontamente silurati? Morto Stalin, se ne fa un altro è la tipica, caustica commedia inglese, ma senza rinunciare all’intreccio e all’azione: tra sotterfugi degni del miglior House of Cards, esecuzioni sommarie e liste di condannati a morte che cambiano con la stessa frequenza con cui il baffone si cambiava le mutande, questo film riesce sia a far sbellicare che a coinvolgere.

E a ricordarci dei sempre uguali corsi e ricorsi storici: prima gli zar, poi Lenin, poi Stalin, poi Kruscev, e così via. Perché Morto Stalin, se ne fa un altro. Piccola chicca: per la prima volta dopo decenni, nelle sale cinematografiche russe è tornata la censura; e allora congratulazioni a Mr. Iannucci, perché ha colpito nel segno.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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