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Mulholland Drive: una sinfonia di misteri che ha bisogno di “silencio”

Mulholland Drive: una sinfonia di misteri che ha bisogno di “silencio” My rating: 5 out of 5

“No hay banda”. Chiunque si accinga a vedere Mulholland Drive dovrebbe tenere presente questa battuta, pronunciata circa a metà film. Perché in effetti di spartiti non sembrano essercene, nella testa del David Lynch che ha girato questo film. Epperò che rapsodia.

Mulholland Drive è stato girato nel 2001, ma anno di riprese e anno di ambientazione sembrano irrisori, così come la trama: una bella e misteriosa bruna, interpretata da Laura Harring, si schianta lungo la Mulholland Drive, per l’appunto, perde la memoria e viene soccorsa e ospitata dalla timida biondina e aspirante attrice Betty Elms, al secolo Naomi Watts. Scattano in contemporanea la love story e le indagini sul passato di Rita – la mora. Nel frattempo, racconti paralleli: un uomo sviene dopo aver visto un mostro in un bar, un regista viene minacciato dalla mala per inserire una certa Camilla in un suo film, due inquietantissimi vecchietti entrano ed escono da una scatola blu – LA scatola blu, per la precisione. Il tutto in mezzo a colpi di pistola, omicidi e torbidume vario.

Cercare di trovare un filo logico in Mulholland Drive è impossibile: c’è chi ritiene tutto una sorta di sogno-ossessione di Betty, follemente innamorata di Rita/Camilla ma non ricambiata, chi ci vede un omaggio ai noir degli Anni Quaranta, chi un affresco spietato della Città degli Angeli. Lo stesso Lynch non ha mai dato spiegazioni a riguardo, limitandosi a definirlo “una semplice storia d’amore nella città dei sogni”.

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Ciò che è certo è che siamo di fronte ad un capolavoro, e al miglior film del regista sino ad ora: Lynch prende le atmosfere di Twin Peaks, le trasferisce nella grande metropoli e le rende ancora più disturbanti. Se con Blue Velvet ci aveva già dato un ritratto non da poco del male senza scopo e fine a se stesso, qui va ben oltre, allestendo scenari onirici dove soltanto gli incubi trovano spazio.

Naturalmente una cosa del genere non poteva riscuotere un grande successo commerciale, ma Lynch se ne è fregato e anzi, ci ha pure scherzato su allegando ai DVD un libretto con dieci indizi per risolvere il tutto – probabilmente dieci supercazzole, ma sfido chiunque a vedere Mulholland Drive e a non perderci il sonno per cercare di capirci qualcosa.

E a proposito di perdere il sonno, due sono le scene che più di tutte riescono nell’intento – per l’angoscia che suscitano più che per gli enigmi che celano: i due anziani orrendamente felici di cui sopra, e il luciferino presentatore del Club Silencio, quello che annuncerà che “no hay banda, eppure noi sentiamo una banda”. Che forse è il riassunto migliore che si può fare di questo irrazionale, arzigogolato, decadente, meraviglioso film.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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