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My Fair Lady, ovvero come t’insegno a parlare “delicheto”

My Fair Lady, ovvero come t’insegno a parlare “delicheto” My rating: 4 out of 5

Come si fa a non amare Audrey Hepburn? Era brava, elegantissima, sfigatissima in amore e pure buona. Sfido a trovare chi non abbia amato il suo sfarfalleggiare tra William Holden e Humphrey Bogart in Sabrina o la sua Holly Golightly, che intepretata da un’altra sarebbe potuta risultare odiosa ma grazie ad Audrey diventa un’adorabile nevrotica.

In My Fair Lady (1964) la nostra cocca ha modo di abbandonare i tacchi alti e i tubini per abbracciare un ruolo inedito: una fioraia strillona e rozza, che parla come Lino Banfi. E canta pure. Ah sì, perché questo è un musical.

Addio Tiffany, benvenuti bassofondi di Londra: e si ride, si ride un sacco.

Il professor Henry Higgins/Rex Harrison, insigne docente di Fonetica, ne è sicuro: gli inglesi non sanno parlare la loro lingua. Prova lampante ne è la fioraia Eliza Doolittle/Audrey Hepburn, incontrata nei putridi sobborghi londinesi: la ragazza parla una lingua incomprensibile e sgrammaticata.

Trasformare questa pezzente in una gran dama entro sei mesi: questa è la scommessa tra Higgins e l’amico, il colonnello Pickering/Wilfrid Hyde-White. Eliza si trasferisce quindi a casa del professore, in cui trascorre un periodo infernale tra esercizi linguistici e lezioni di galateo, con la pungente ironia del suo mentore come sottofondo.

Nonostante le difficoltà iniziali, Eliza riesce nell’intento tanto da conquistare sia l’alta società sia l’amore di Freddy Eynsford-Hill/Jeremy Brett, il classico elegantone squattrinato. Peccato che la ragazza sia invaghita di Higgins, nonostante lui la consideri una sorta di animaletto da laboratorio su cui fare esperimenti.

Come finirà?

Tratto da Pigmalione, una pièce teatrale di George Bernard Shaw, My Fair Lady è il musical di Broadway di lancio di una delle attrici più amate di sempre, la splendida Julie Andrews, interprete appunto di Eliza Doolittle, accanto a Rex Harrison, che ritroviamo anche sul grande schermo.

Al momento di comporre il cast del film si decide di sostituire la Andrews con la Hepburn, a dispetto del fatto che ovviamente la futura Mary Poppins canti il triplo meglio.

In favore della Hepburn gioca la maggior popolarità: consapevole però della limitatezza della voce della diva, George Cukor, il regista, ingaggia Marni Nixon, già doppiatrice di Natalie Wood in West Side Story.

Il risultato è eccellente: la Hepburn avrà pure qualche carenza a livello canoro ma le compensa con un’ottima recitazione, dimostrando anche un notevole talento comico (esilaranti le schermaglie con Higgins).

Rex Harrison, che siamo abituati a vedere in ruoli drammatici (Il tormento e l’estasi, Cleopatra), è davvero brillante, con quel suo aplomb britannico: la sua ironia pungente ma pacata è il perfetto companatico per l’irruenza di Audrey, che fa concorrenza a una scimmia urlatrice quanto a decibel.

Academy Awards meritatissimo per lui, così come quelli per Miglior Film e Miglior Regia.

Il dialetto che Higgins (il quale articola alla perfezione, essendo Harrison britannico al 100%) tenta strenuamente di correggere è il cosiddetto Cockney, ovvero l’inglese parlato dalla classe proletaria londinese, ben lontano quindi da quello posh della Regina: ascoltare My Fair Lady in lingua originale è peraltro un ottimo esercizio, perché non si capisce una beata minchia di quello che farfuglia Eliza.

I traduttori italiani devono aver avuto un mezzo collasso, sia per i complicati giochi di parole, sia appunto per la comprensione del linguaggio: si sceglie quindi di doppiare il personaggio femminile con un (lievemente) improbabile dialetto pugliese – «Voglio imparare a parlar delicheto!» – , misto a qualche elemento di romanesco.

Al di là del mancato realismo, l’effetto che ne viene fuori (quando capisci che cazzo abbia detto Eliza) è davvero divertente, specie per chi è abituato a vedere la Hepburn come un’icona di raffinatezza.

Seppur deficitaria di raffinatezza a livello di buone maniere (anche se – SPOILER – Higgins vince la scommessa perché effettivamente alla fine Eliza diventa una signora perbene), anche in questo film la Hepburn non sfigura di certo quanto ad abbigliamento.

Tra gli otto Oscar conquistati da My Fair Lady, infatti ci sono anche quelli per i Miglior Costumi (PAZZESCHI, basti vedere la scena delle corse ad Ascot) e per la Miglior Scenografia, che sono parti integranti del fascino del film.

È un musical, giusto? Quindi sono fondamentali la colonna sonora e le canzoni. Anche qui non ci facciamo mancare un Oscar, che va di diritto ad André Previn, notissimo pianista e compositore.

Marni Nixon come cantante è eccellente, così come Rex Harrison: insieme fanno dei bellissimi duetti. Degni di menzione anche le parti corali ma il momento clou per me rimane Show Me in cui Eliza sfancula Higgins, Freddy e tutti le ricchezze.

Quindi: anche se non amate i musical, io My Fair Lady ve lo consiglio lo stesso: è divertente, romantico, a tratti drammatico.

E poi c’è Audrey Hepburn, che pur di non cedere la parte a Elizabeth Taylor, si lascia doppiare.

Ah, la rivalità tra le regine di Hollywood…

My Fair Lady

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Pontifico dal 1990. La mia idea di sport è una maratona di film o di serie TV: amo il cinema drammatico, i gialli e la Disney. Sono una lettrice onnivora ed insaziabile. Ascolto musica di ogni genere ma soffro di Beatlesmania acuta. Mi piacciono gli spoiler. Tento di mettere a frutto la laurea in Lettere. Il mio sex-symbol di riferimento è Alberto Angela.

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