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Mystery Train: Jarmusch, Elvis, e una notte a Memphis

Mystery Train: Jarmusch, Elvis, e una notte a Memphis My rating: 4.5 out of 5

Un treno arriva alla stazione di Memphis, Tennessee, santuario della musica statunitense che ha dato i natali, o fisicamente o artisticamente, a nomi quali B.B. King, Johnny Cash, Otis Redding, Jerry Lee Lewis, Roy Orbison e, assiso sopra tutti nell’immaginario comune, Elvis Presley, il re del rock ‘n roll. Un treno arriva alla stazione di Memphis, e ne scendono due giovani turisti giapponesi, Jun (Masatoshi Nagasa) e Mitsuko (Youki Kudoh). I loro dialoghi non sono tradotti, e faticano a parlare inglese. Sono in pellegrinaggio in città durante un tour degli Stati Uniti. Si apre Mystery Train, quarto film del regista americano Jim Jarmusch.

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Mentre Jun e Mitsuko visitano i luoghi di culto musicale della città (ad esempio, l’ex-sede della storica etichetta Sun Records), Luisa (Nicoletta Braschi), vedova italiana bloccata a Memphis mentre riporta il feretro del marito nel Paese natale, incontra Dee Dee (Elizabeth Bracco), la quale ha appena rotto con il fidanzato inglese Johnny (Joe Strummer). E, mentre cala la notte, è proprio Johnny che incontriamo, in piena notte brava per affogare nell’alcol il ricordo di Dee Dee. Gli amici Will Robinson (Rick Aviles) e Charlie, fratello di Dee Dee (Steve Buscemi), sono con lui. I tre gruppi si troveranno, a reciproca insaputa, a passare tutti una notte all’Arcade Hotel, topaia fatiscente dove Screamin’ Jay Hawkins ricopre il ruolo del portiere notturno affiancato dal lobby boy Cinqué Lee. E dove il bancone della reception ospita un’enorme cimice di plastica.

Mystery Train (1989) porta per la prima volta alla ribalta il gusto di Jarmusch per la narrazione modulare. Come avverrà poi in film seguenti firmati dal regista di Akron, Ohio – si pensi a Night on Earth (1991), Coffee and Cigarettes (2003) e Broken Flowers (2005) – la pellicola ragiona per un incastro a matrioska sviluppato su una linea piana. Non c’è sovrastoria, in Mystery Train, nessuna organizzazione onnicomprensiva alla Memento (2000). I fatti avvengono in placida co-temporalità, e proprio come il sipario si è aperto su “un martedì notte a Memphis” (questo il sottotitolo della versione italiana), così si richiuderà la mattina seguente. Come c’è stato un arrivo, ci sarà una partenza, e poi altri arrivi e altre partenze.

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L’abile lavoro di incastro di Jarmusch è supportato da richiami intertestuali: dai riferimenti musicali ai crossover culturali, Mystery Train si fa la piccola enciclopedia di un tempo, e di un luogo. Dall’ossessione di Mitsuko per tutto ciò che appaia non-giapponese fino al nome stesso di Will Robinson, omonimo di un personaggio della serie tv sci-fi Lost in Space: il senso, per Jarmusch, si annida nei dettagli dei comportamenti e della conversazione quotidiana. Una grammatica comune, sotterranea alle diverse esperienze dei protagonisti, che li accomuna nel momento in cui li porta invariabilmente a chiedersi perché, nelle stanzacce dell’Arcade Hotel, la tradizionale presenza di un apparecchio televisivo sia sostituita dalla presenza di un santino del Re in formato maxi.

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Jarmusch non ha mai fatto mistero dei suoi profondi legami con il mondo della musica. Musicista e performer egli stesso, la sua collaborazione con il compositore John Lurie data a Permanent Vacation (1980), suo film d’esordio, mentre è dal seguente, Stranger Than Paradise (1984), che si trovano musicisti – amici personali del regista – a recitare con nonchalance ruoli solitamente riservati ad attori professionisti. E Jarmusch usa il suo materiale umano in modo consapevole, creando elementi di ridondanza narrativa che mettono sotto sforzo i confini della pellicola e restituendo il calore scanzonato, ma allo stesso tempo incredibilmente serio, che solo una chiacchierata con amici al bar, davanti a caffè, sigarette, e magari un bicchiere di vino sa dare.

Salite dunque sul treno per Memphis, Tennessee, e non dimenticatevi la vostra personale scorta di colonna sonora in formato walkman. Sbizzarritevi, ma ricordatevi: se lo chiedete a Mitsuko, per lei il Re è uno solo. E sta appeso sopra la testiera del suo letto americano.

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Nata non tanto tempo fa in una galassia lontana lontana. Drogata di sperimentazioni culinarie, auto-proclamatasi Divoratrice di Cioccolata in Capo, ride quando vede dei pinguini. Elisa lavora part-time al Double R Diner di Twin Peaks, viene da New Orleans, ma a volte le scappa un accento italiano. Le piace guardare film che non capisce, ma il suo vero grande amore è Stanley Kubrick. Se la incontrate al cinema, non sedetele vicino. Se non l'aveste capito, Elisa odia descriversi.

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