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Oceania: squadra che (non) vince non si cambia

Oceania: squadra che (non) vince non si cambia My rating: 2 out of 5

Parlare di Oceania, ovvero l’ultimo prodotto di casa Disney, è per me davvero complicato. Permettetemi però di dire che per qualunque individuo della mia generazione è complicato giudicare un film d’animazione uscito dalla Topolino House. È quella che ci ha cresciuti e accuditi fin dagli albori, dopotutto.

Cosa succede quando però la stessa madame Disney ne è consapevole? 

Chiamiamolo adagiarsi sugli allori, farsi furbi, come volete. Io vi dico già che, in soldoni, succede che il risultato è mediocre.

Più o meno questo era quello che volevo fare alla Disney una volta uscita dalla sala.

La trama

Vaiana (e no, non discuteremo del suo nome, mi dispiace) è la giovane figlia del capo di un’isola polinesiana, Motunui. Sebbene l’isola e la sua famiglia le diano tutto, lei sogna di esplorare l’oceano. Ovviamente, il padre è totalmente contrario. Sarà la nonna di Vaiana, Tala, a svelarle che il loro popolo era precedentemente fatto di navigatori, e non solo. Tala consegna alla nipote il cuore di Te Fiti, rivelandole che esso va rimesso al suo posto, altrimenti l’oscurità divorerà l’isola. Artefice del furto del cuore è un semidio di nome Maui.

Com’è che Tala ha il cuore? Semplice. Vaiana da piccola è stata scelta dall’oceano, che gliel’ha riconsegnato. Insomma che in punto di morte (ovviamente) Tala chiede a Vaiana di trovare Maui e rimettere il cuore al suo posto. Senza andare troppo oltre, il resto del film tratta del viaggio di Vaiana e delle sue difficoltà a rapportarsi con Maui, anche lui non proprio l’individuo più a posto con sé stesso del mondo.

Pro

Il primo elemento positivo che mi viene in mente pensando a Oceania è la scenografia. Ragazzi, è una roba disarmante. Al di là del realismo cui sono giunti con la computer grafica, ci sono delle ambientazioni splendide. Le isole su cui si svolge la vicenda farebbero venire voglia di mare a chiunque, i cieli stellati sono meravigliosi, la resa di certi momenti ha un impatto non indifferente (e sapientemente studiato). Su tutto, inutile dirlo, è l’oceano l’elemento che meglio rende nelle immagini: limpido, azzurro, e l’idea di renderlo entità viva è simpatica, originale e graficamente splendida.

Tutta questa sequenza dove Vaiana incontra l’oceano è stupenda.

Il secondo è lo sviluppo della storia di Maui. La Disney da un po’ sviluppa meglio i personaggi secondari rispetto ai protagonisti, chissà perché. Innanzitutto Maui, un po’ come Nick di Zootropolis, ha la giusta dose di umorismo senza scendere nel demenziale, e così come la sopracitata volpe è il classico tipo scontroso dal passato burrascoso. Eppure, nonostante il cliché, funziona bene, perché rientra nel processo di formazione tipico del cartone animato, e lo fa verosimilmente.

In ultima istanza, e questo si collega al ruolo di Maui nel film, Oceania dimostra una (piccola) scrollata della Disney. Sebbene non sia ai livelli dei pixarfirmati, anche qui si è cominciato a intendere che allargare il target anche ad un pubblico più adulto funziona. Da qui la scelta, già presente in Frozen e in Zootropolis, di utilizzare personaggi alle prese con qualcosa di più di un semplice dramma amoroso. La scelta Disney, specialmente in Oceania, è quella di farlo fermo restando le sue strutture, sia nel sistema dei personaggi sia nello sviluppo della trama. Non preoccupatevi però, ora arriviamo ai “ma”, e sono grossi.

Contro

Come già avrete intuito da tutti i miei “ovviamente” inseriti nella pellicola, un grosso problema di Oceania è la banalità. Nello sviluppo della trama potete rivedere tutti i film d’animazione che volete, la sfida è aperta. Io ci ho visto Pocahontas, un po’ di Mulan e persino qualcosa di El Dorado. Capisco, forse, il voler essere fedeli ad una certa struttura, ma per ripetere le stesse storie allora non facciamo uscire un (due a volte) Disney l’anno! E poi ci avevano illuso con Zootropolis, dove ci sono un sacco di elementi “alla Disney” ma il risultato resta originale.

E, dannazione, basta con tutte queste spalle comiche inutili e forzate, lasciate proprio perdere, abbiate pietà.

Sì, anche se il maialino è adorabile, compare 5 fottuti minuti, non ha senso.

Il secondo dramma sono le canzoni. Ora, io non so cosa sia successo, vi assicuro che non si tratta di vecchiaia perché canto ancora tutto Il gobbo di Notre Dame a memoria, ma i recenti Disney canterini sono terrificanti. Oceania non fa eccezione. Bellissime musiche, sì, ma voci tutte uguali (bei tempi, quelli con Massimo Ranieri ai doppiaggi canori) e traduzioni spaventosamente fuori dalla melodia. Più di tutto sconvolge come si sia persa la capacità di rendere naturale il passaggio dialogo-canzone, che adesso stride. Siamo ai punti in cui persino i bambini, appena comincia un brano, sbuffano. Fate voi.

In ultimo, comincio a trovare inquietante la somiglianza tra tutte le protagoniste femminili da un po’ di anni a questa parte, loro e i loro occhi giganti. Senza contare che incarnano un modello di figaggine tale che anche se suppongo che Vaiana abbia tipo 12 anni, qualcuno possa sentirsi pedofilo.

Vaiana

Disney, please

È ingiusto che la Disney faccia leva solo sul proprio nome. Perché è questo che è succede: non si riesce a disprezzare Oceania fino in fondo. Perché nei film Disney si sente odore di casa. Però la cosa si può sfruttare in ben altri modi, non con la monotonia. Non è possibile che, con accanto i geni Pixar che sfornano idee geniali come Inside Out, la Disney “pura” sappia tirare fuori solo la stessa roba più un po’ di psicologia spicciola. Davvero la Disney non ha altro da dire?

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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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