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Oldboy: vendetta assoluta

Oldboy: vendetta assoluta My rating: 4.5 out of 5

La vendetta è un sentimento che scaturisce da un desiderio di farsi giustizia generato da un impulso volitivo che segue al rancore o al risentimento.

Nella mente del soggetto che intende vendicarsi esso ha subito un torto (sia esso reale o presunto) e vuole (o ha bisogno) di “pareggiare i conti” con colui che è stato causa della sua sofferenza o fastidio.

Questo dice Wikipedia alla voce “Vendetta”, e questo è Oldboy. Due ore di caccia senza sosta alla ricerca della verità e della vendetta, appunto.

Esauriti i convenevoli, veniamo alla sostanza. Avete presente quando ciclicamente escono fuori voci sul presunto ritiro dalle scene di Quentin Tarantino? Certo, potrebbe tranquillamente essere un modo per creare ancora più hype intorno ai prossimi film del Maestro. Ma se anche fosse (e speriamo di no) un sostituto ci sarebbe. Anzi, c’è già.

Oldboy ha un tiro devastante. Girato nel 2003 dal sudcoreano Park Chan Wook, che del genere è un maestro, è il secondo capitolo della sua trilogia della vendetta. Ne fanno parte Mr. Vendetta (2002) e Lady Vendetta (2005). Quando lo ha visto a Cannes nel 2004 (da Presidente di giuria), Tarantino lo ha definito il film che avrei voluto fare. E insomma, non proprio un complimento fatto dal primo che passava.

Oldboy esce nel 2003, lo stesso anno di Kill Bill volume 1. Le affinità tra i due lavori sono notevoli, così come quelle con tutto il cinema tarantiniano successivo. La ricerca disperata ed assoluta di vendetta. La violenza mostrata senza paura né censura. La sorpresa finale che lascia senza parole.

Dae Su (Choi Min Sik) è un uomo che beve parecchio e ha la fama di essere un donnaiolo. Una sera viene arrestato per stato di ubriachezza, ma dopo qualche ora passata in commissariato viene lasciato libero. Sta per tornare a casa con un regalo per la figlia che proprio quel giorno compie 4 anni, quando all’improvviso viene rapitoPasserà i 15 anni seguenti in una cella, senza saperne il motivo.

Ad intervalli regolari un gas lo fa addormentare. Gli tagliano i capelli, gli lavano i vestiti, puliscono la stanza, e al suo risveglio la sua giornata può ricominciare. La cella è un minuscolo, squallido monolocale. Scopre in tv che un anno dopo essere sparito la moglie è stata uccisa. Ed è proprio lui ad essere il principale sospettato, tanto che tenta più volte il suicidio.

Superata la disperazione iniziale, comincia a maturare in lui la voglia di:

1) capire perché sia lì;

2) capire chi ce lo ha messo;

3) uscire per fargli molto, molto male.

Scrive un diario-confessione. Vuole capire chi potrebbe volergli così male. Si rende conto che non è stato una così brava persona come pensava di essere.

Usa la tv per distrarsi, ma anche tenere conto del tempo e per provare a mantenere un debole, debolissimo contatto col mondo esterno.

E poi fa shadow boxing per tenersi in forma e prepararsi a quando arriverà il Giorno.

Prova anche a fuggire scavando lentamente nel muro, ma capisce di essere ai piani alti di un palazzo. Un giorno, improvvisamente, viene addormentato e liberato sul tetto di un altro grattacielo. Senza alcuna spiegazione.

È solo. Non può contare su nessun altro. Tutti, anche i suoi amici, sono convinti che sia l’assassino della moglie.

Un barbone gli passa un cellulare e un portafogli. Entra in un locale per mangiare qualcosa, quando squilla il telefono. È il suo ex carceriere che lo chiama per cominciare un gioco. Deve indovinare il suo nome. Dae Su sviene. Se lo porta a casa la giovane cuoca del locale, Mido. La ragazza si sente subito attratta dall’uomo ma non gli si concede, non ora. Però lo aiuta nella sua ricerca. Non ci sono indizi, ma cominciano da un dettaglio: i ravioli al vapore che per 15 anni Dae Su ha mangiato in cella.

Girano tutti i ristoranti della città per cercare il ristorante giusto e lo trovano. L’uomo segue il ragazzo delle consegne a domicilio ed arriva in un palazzo dove, dietro compenso, si possono tenere prigioniere persone. Dae Su con un martello entra e tortura il proprietario (via un dente per ogni anno di prigionia) per avere quel nome, e ruba le registrazioni audio delle conversazioni col mandante. Qui troverete uno dei più clamorosi piani-sequenza del cinema che io ricordi (ne avevamo in parte già parlato qui), dove Dae Su crepa letteralmente di mazzate una trentina di guardie da solo.

Dae Su adesso sa, sentendo le registrazioni, che è stato imprigionato perché “parla troppo”. Grazie ad un amico che gestisce un internet cafè recupera un indirizzo. Ad attenderlo c’è proprio lui, il mandante di tutto. Che non ha ancora perso la voglia di giocare: gli dà 5 giorni per capire chi sia e perché lo abbia imprigionato. Se arriva alla verità, il mandante si ucciderà. Altrimenti Mido morirà. Semplice, basterà torturarlo seduta stante per farsi dire tutto? No. L’uomo è stato operato al cuore e ha una specie di telecomando con il quale può uccidersi in ogni momento. Se Dae Su non sta al gioco potrebbe non scoprire mai la vera motivazione della sua prigionia. Vendetta subito o ricerca della verità?

Basta così, ho già detto troppo. Oldboy è un film che spacca il cuore di chi lo vede. Duro, perché nulla, ma proprio nulla viene risparmiato allo spettatore. E visionario, perché anticipa gran parte dei film di genere che verranno dopo. E il finale è qualcosa di straordinario.

È stato rifatto nel 2013 da Spike Lee. Francamente non credo ce ne fosse bisogno. Generalmente si rifà qualcosa quando si vuole rileggere l’originale con altre lenti o migliorarlo in qualche modo. Ecco, non credo fosse questo il caso. Al cospetto di un film così potente faccio fatica ad immaginarne una rilettura che possa reggere il confronto.

Anche se forse un remake di Oldboy fatto da Tarantino…

Article written by:

Simone Forte

Nato nel 1984. Nel 2012 scopro che l’anagramma del mio nome e cognome è “termosifone”. Spero che scrivere di cinema senza averlo studiato per davvero non mi renda come quelli che leggono articoli complottisti sui vaccini e poi vanno a contraddire i medici. Io scriverò lo stesso, ma prometto di limitare al minimo indispensabile l’uso dei “…………….” e dei “!!1!!1!”.

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