Old Movies

Paganini: cosa si nasconde sotto il fondo del barile?

Paganini: cosa si nasconde sotto il fondo del barile? My rating: 1 out of 5

Kinski mi ha dato il suo copione, un tomo di seicento pagine; vorrebbe che io facessi la regia del film. È bastata una prima occhiata al libro per capire che il progetto di Kinski è assolutamente insanabile. Su seicento pagine, ogni mezza si scopa e si suona il violino, si suona il violino e si scopa di nuovo, il tutto pervaso da quell’unica ossessione egocentrica di Kinski. Che se lo faccia da solo.

(Werner Herzog)

Klaus Kinski è stato senza dubbio alcuno uno dei migliori attori di cinema di tutti i tempi, dotato di un magnetismo e di un’intensità espressiva, ormai merce rara nell’odierno panorama cinematografico, che spesso sfociavano nella follia clinica.

Scoperto da David Lean in Il dottor Zivago, Kinski lavorò con mostri sacri della mdp come Sergio Leone, Damiano Damiani, Werner Herzog, puntellando la propria carriera di capolavori inarrivabili come di ciofeche raccapriccianti. Questo suo ultimo Paganini giunge in un momento di irrecuperabile ristagno artistico per l’attore, che ne scrisse la sceneggiatura pensando di affidarla allo stesso Herzog. Fu Kinski stesso, con i devastanti effetti ben palesi nei novanta minuti di visione, ad assumere il ruolo di regista, in seguito al rifiuto dell’autore di Fitzcarraldo, oltre a ricoprire la parte del protagonista.

Il film si apre durante un’esibizione del grande violinista Niccolò Paganini al Teatro Regio di Parma mentre quest’ultimo fa un bilancio mentale della sua vita segnata dall’eccesso smodato dei costumi. Tra i flutti dei suoi ricordi emergono le dissolute ossessioni sessuali, i successi riscossi a teatro e l’idolatria del pubblico, il suo rapporto con il vile denaro e con il figlio Achille (Nikolai Kinski).

Paganini è una porcata sgangherata che è stata in grado di porre fine nel peggiore dei modi alla carriera (e alla vita) del mattatore tedesco. Il cast annovera nomi degni delle peggiori commedie scollacciate di Alvaro Vitali: Tosca D’Acquino, Deborah Caprioglio (all’epoca moglie di Kinski), Dalila Di Lazzaro. Nei panni delle donne il cui cuore è stato sedotto e distrutto dal “violinista del diavolo“,  queste attrici cercano di dare corpo alla morbosa passione nutrita per un artista così difficile e carismatico (per lo più implorandolo di possederle), ma riescono invece a far apparire le amanti di Paganini delle accanite fangirl che, in quanto a follia, fanno impallidire persino le ammiratrici più sfegatate di Justin Bieber.

Memorabile (per quanto faccia raccapriccio, si intende) il prologo narrato dalla Di Lazzaro, campo fertile per poetiche battute (“Suonando, il suo membro diventava eretto.” e “Sviolinami il culo!”) culminanti in una scena capolavoro con la stessa Di Lazzaro intenta a sgrillettarsi mentre due cavalli copulano senza censura visiva. Basterebbe solo questa scena per descrivere lo squallore che impera nella pellicola.

Klaus Kinski invece è un mostruoso riflesso del grande artista che fu: il suo Paganini è esteticamente il figlio naturale di Marilyn Manson e di un fantoccio inquietante con le fattezze da vampiro dotato di una voce effemminata (Kinski ha deciso di deliziare il pubblico con la sua fluentissima pronuncia italiana doppiandosi da solo) di fronte alla quale è davvero difficile ricacciare indietro le risate (“Il violino è come un cucciolotto.” Ah, l’orrore… l’orrore…).

Registicamente e narrativamente parlando, Kinski Paganini è veleno puro, e non sorprende che persino un regista estremo e viscerale come Werner Herzog fosse spaventato all’idea di dirigerlo.

Sorvolando sui set improvvisati e su una fotografia al cui confronto i porno amatoriali sembrano filmati da Emmanuel Lubetzki, il film è un’accozzaglia di scene slegate l’una con l’altra che spezzano senza soluzione di continuità il racconto nel fallimentare tentativo di creare un flusso di coscienza tra passato e presente tramite interminabili flashback e velocissimi raccordi che impediscono allo spettatore di comprendere anche solo 1/3 della trama.

Kinski, in qualità di regista, si dimostra un completo disastro con un uso della camera da presa impugnata in preda a un attacco epilettico: il risultato delle riprese è un susseguirsi di inquadrature da nausea accompagnate da un massiccio e noiosissimo uso del rallenty, chiara influenza per i “capolavori neoclassici” di “maestri post-moderni” come Zack Snyder e Michael Bay.

Un vero peccato che la rivisitazione dei Capricci a opera di Salvatore Accardo sia stata relegata a tappeto sonoro per gli orrori che per un’ora e mezza ci scorrono davanti agli occhi, ultima beffa di una pellicola che tenta, miseramente e con una certa presunzione, di dare forzata artisticità al suo putrido insieme (la chicca che ti mette la croce sopra il film: Kinski, di inquadratura in inquadratura, imbraccia il violino con una mano diversa e suona fuori-sincrono).

Un film di un imbarazzo che probabilmente non ha pari in tutta la storia del cinema, e sebbene qualcuno lo stia rivalutando come una sorta di sottovalutato cult d’autore, la realtà è che Paganini non è nemmeno interessante come esempio di trash.

Article written by:

Avatar

Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi