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Paterson – Quanta poesia c’è nella quotidianità?

Paterson – Quanta poesia c’è nella quotidianità? My rating: 4.5 out of 5

Iniziamo dicendo che il mio rapporto con Adam Driver non è cominciato proprio nel migliore dei modi. Perché quando si è tolto la maschera, mostrando al mondo il volto del nuovo villain di Star Wars, ho distintamente sentito i maroni fare i bagagli e sbattere la porta ululando bestemmie. Ma questa, per fortuna, è un’altra storia. Paterson è tutta un’altra storia.

In realtà il piccolo preambolo serviva come pretesto, perché iniziare a parlare dell’ultimo film di Jim Jarmusch non è per nulla facile. Figuratevi scriverci una recensione intera. Ma oh, ci si prova dai, male che vada le venti persone che la leggeranno si faranno due risate alle mie spalle.

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Diciamo che la faccia non brilla per furbizia. Ma sei davvero bravo Adam

Perché Paterson è dolce, intimista e semplice come una poesia di Umberto Saba. Di quella spontaneità che ti si attacca al cuore, aggrappandosi forte, ma senza fare male. È lì, come un sorriso leggero pronto a sfiorarti le labbra quando meno te l’aspetti. E il buon Adam Driver spazza via tutti i dubbi che avevo sulla sua faccia da pirla (perché oh, dai, l’avete pensato tutti quando ha interpretato il suo cattivo frignetta), confermandosi un attore di punta da tenere decisamente d’occhio. Anche perché ora inizia ad essere dappertutto, peggio del prezzemolo e di Amy Adams.

Io ve lo dico, magari qualche spoilerz qua e là lo potrete trovare, anche se Paterson non si presta al colpo di scena. Cioè, non stiamo parlando di quel film dove lui in realtà era morto fin dall’inizio, lì dai, come si chiama… Natale a Rio! Ecco, me lo stavo quasi dimenticando.

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Iniziamo da lui allora, da un Adam Driver capace di una dolcezza senza pari, con un personaggio, Paterson (come la città in cui vive, ma ci torneremo), cucito addosso a lui. Guida un autobus in una piccola città del New Jersey, e vive esattamente come vorrebbe: nella maniera più semplice possibile. I giorni sfilano tutti uguali: dal mattino senza il bisogno della sveglia, all’autobus, alla passeggiata con il cane fino alla birra nel pub. Jarmusch ci scandisce le sue giornate come se le stessimo vivendo noi, come se potessimo sentirci intrappolati in una quotidiana monotonia che sì, potrebbe asfissiarci tutti. Tutti tranne Paterson.

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“Time is a flat circle”, direbbe qualcuno. E le follie creative di Laura si uniscono alla perfezione con il tema circolare del film

Lui ama la sua routine. Ama ascoltare i banali discorsi sul suo pullman, ama farsi una birra nel bar, piccolo microcosmo che, guarda caso, ripropone sempre le stesse situazioni, con lievi variazioni sul tema. Ma, soprattutto, lui ama Laura. Diavolo se la ama. La ragazza con cui convive (una bellissima Golshifteh Farahani) è il suo esatto opposto: estroversa, folle, incapace di trovare una sua vera strada, Laura vive sbocconcellando pezzi di passioni qua e là, senza eccellere però in nessuna. Eppure il sentimento che li unisce è talmente forte che lui asseconda le piccole pazzie di lei, accettando piccoli compromessi che gli permettono di amarla con tutta la forza che possiede.

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Paterson però una sua passione ce l’ha: la poesia. Nascosta, personale, privata, intimista. Il taccuino che conserva e su cui scrive, senza mai sbagliare una parola o cambiarla, è il suo unico strappo alla regola, la sua piccola rivoluzione. Non ha bisogno che il mondo veda e legga, già fatica a recitarle alla sua fidanzata. Sono solo ed esclusivamente per lui, sono la sua leggera follia quotidiana. Eppure nemmeno quelle parole, di dubbia qualità artistica (alla fine la poesia più bella che sentiremo non sarà nemmeno sua), dicevo, nemmeno quelle parole sono essenziali. Sono solo parole. La sua essenzialità è la vita di tutti i giorni.

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Jarmusch riesce a mettere magistralmente in scena un personaggio che adora la sua monotona vita. Che è contento di quello che ha, che non desidera più di quello che possiede. Paterson è un ragazzo che vive a Paterson, New Jersey, e che quindi diventa parte della città. Il semplice incedere dei giorni ha fuso corpi e cose in una perfetta amalgama. Un’amalgama felice di essere tale. Le inquadrature al limite della perfezione, pulite, essenziali ed efficaci sottolineano proprio la gioiosa semplicità di tutto il film.

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Eppure ci sono piccoli squilibri che minano la perfetta routine di Paterson, a partire dalla voglia di figli gemelli di Laura, che diventa prima un’ossessione, poi una consapevolezza e infine un’accettazione del fatto che sì, si possono anche avere figli gemelli. Paterson si fa strada tra stereotipi triti e ritriti (tra cui un inaspettato Method Man), gioendo della loro presenza, sorridendo ai bulli con la musica a tutto volume in macchina, restando spettatore (più o meno passivo), di ciò che gli accade intorno. Come il fantastico omaggio a Wes Anderson che Jarmusch fa, riuscendo a creare un colpo di scena semplicemente mettendo due ragazzi a parlare di anarchici italiani sui sedili di un autobus. Chapeau.

Lo diceva anche un altro pensatore, magari non eccelso come Kant, che bisogna godersi le piccole cose. Paterson si gode ogni sua piccola cosa, accettando ogni incontro come un dono speciale, trovando interesse nella gente, senza mai esagerare, senza mai fare quel passo in più che significherebbe oltrepassare la linea. Perché anche quando le cose sembrano deviare dalla routine, alla fine, tornano sempre sui loro binari. I motori si aggiustano, le poesie si continuano a scrivere.

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Dategli un Oscar. Immediatamente

A fare da contrappunto comico è il cane della coppia, Marvin, un bulldog inglese dalle capacità espressive nettamente migliori di gran parte degli attori che popolano il Cinema. Il sollievo comico è anch’esso essenziale, quasi nascosto nella sua dolce immediatezza, ma in grado di aggiungere quel quid in più ad un film già così intriso di significato.

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Perché Paterson è una ginestra leopardiana che ha trasformato il suo deserto nel più bello dei giardini.

Quindi sì, la quotidianità è intrisa di poesia. Bisogna solo avere la sensibilità di accettarla. A quel punto potremo andarcene zitti come Paterson, tra gli uomini che non si voltano, con il nostro segreto. (Semicit.)

Article written by:

Edoardo Ferrarese

Folgorato sul Viale del Tramonto da Charles Foster Kane. Bene, ora che vi ho fatto vedere quanto ne so di cinema e vi starò già sulle balle, passiamo alle cagate: classe 1992, fagocito libri da quando sono nato. Con i film il feeling è più recente, ma non posso farne a meno, un po' come con la birra. Scrivere è l'unica cosa che so e amo fare. (Beh, poteva andare peggio. Poteva piovere).

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