Old Movies

Picnic ad Hanging Rock: quando San Valentino porta male

Il film poco noto di un regista famoso

Peter Weir, regista australiano, è celebre per film come L’attimo fuggente e The Truman Show; difficile trovare qualcuno che non abbia desiderato saltare sui banchi di scuola ed esclamare con voce stentorea «O capitano! Mio capitano!», così come non è difficile ringraziare il regista per aver portato sullo schermo un Jim Carrey sostenibile per il mio apparato digerente.

Oggi voglio parlarvi, novella Mamma Oca ai bimbi che le si raccolgono intorno, di un eccellente film di Weir, spesso dimenticato dai più, che ha segnato il mio passaggio dai cartoni di Disney Channel alla pubertà cinematografica: Picnic ad Hanging Rock – Un lungo pomeriggio di morte del 1975. Nemmeno il cast presenta grandi nomi, anche se Rachel Roberts vanta una partecipazione al notissimo Assassinio sull’Orient Express di Lumet, del 1974.

Il merito della riesumazione di questo titolo va a mia madre la quale, inesorabile come sempre, mi ha strappato alla visione di Pepper Ann dicendomi: «Piantala, non fa paura». Rivedendolo con occhi  di 27enne non le do torto, anche se all’epoca qualcuno si azzardò a considerarlo addirittura un horror. In Italia probabilmente sono giunti alle stesse conclusioni, visto il (fuorviante) sottotitolo.

Per gli standard odierni è quasi una favoletta ma vi assicuro che un filo di angoscia addosso lo mette: ecco, se dopo il pranzo di Natale trascinate le vostre carcasse sul divano davanti alla TV, optate per Miracolo sulla 34sima strada.

L’aggettivo giusto è “inquietante”, a cominciare dalla trama per finire con la colonna sonora, un tripudio di flauti di Pan e di brani di Mozart, Bach e Beethoven tra i più sinistri dei loro repertori. Il titolo stesso non fa presagire nulla di buono: Hanging Rock è traducibile con “roccia dell’appeso o dell’impiccato”, quindi non si parla di Topolinia ma di un locus non molto amoenus.

Il film è tratto dal romanzo omonimo dell’australiana Joan Lindsay, un tipino lievemente sinistro: pare che non potesse avvicinarsi ad un orologio senza che esso si fermasse, ed era una nota appassionata di esoterismo e magia.

Un San Valentino da dimenticare

Melbourne, 14 febbraio 1900: all’Appleyard College, prestigioso istituto per signorine di buona famiglia diretto dalla massiccia donna (Rachel Roberts) da cui prende il nome, si festeggia San Valentino. Tra pizzi e corsetti, le educande si scambiano leggiadri bigliettini adornati di poesiole e miniature delicate, così diversi dalle vignette colme di cervi dalle maestose corna e dagli inviti a feste a tema fallico che noi fanciulle del XXI secolo ci scambiamo il 14 febbraio. Ad ogni epoca i suoi usi.

Il college organizza un picnic alla Hanging Rock, imponente monolito nel bel mezzo della foresta, tradizionalmente ritenuta dimora di spiriti e demoni. La cattiva fama della roccia non ferma il nostro gruppetto, composto da due insegnanti, M.lle de Poitiers e Miss McCraw e da circa venti studentesse, tra cui spiccano l’eterea Miranda (Anne Lambert), la saputella Marion (Jane Vallis), Irma l’ereditiera (Karen Robson) e la petulante e insopportabile Edith (Christine Schuler). Rimangono a scuola l’orfanella Sara (Margaret Nelson), in punizione, e la direttrice, dalla non trascurabile inclinazione per la bottiglia.

Dopo il pranzo, le quattro ragazze chiedono e ottengono il permesso di avventurarsi nella foresta e di vedere più da vicino la roccia: lungo la strada incrociano Michael Fitzhubert (Dominic Guard), sonnacchioso nobilotto inglese e il suo stalliere,  Albert (John Jarrett), che vengono colpiti specialmente da Miranda ed Irma, le bellone della compagnia.

Affaticate per la salita e dal caldo, le giovani si abbandonano ad un sonno ristoratore tra i sassi e la sterpaglia: al risveglio Edith vede le altre tre continuare l’ascesa verso la cima, senza riuscire a fermarle. Il suo contributo ai fini della storia consiste nell’urlo disumano che caccia mentre si dà alla fuga in stato di shock, incontrando sulla via del ritorno Miss McCraw, la quale sta raggiungendo – curiosamente – in mutande, le ragazze rimaste sulla roccia: altro non ricorda.

Inutili le ricerche della polizia: Miranda, Marion, Irma e l’insegnante paiono sparite nel nulla, inghiottite dalla terra. Mentre la nomea della scuola sta andando al Creatore, con grande costernazione della signora Appleyard che assiste impotente alla diaspora delle allieve rimaste, Michael si reca alla Hanging Rock per cercare le ragazze; viene trovato da Albert il giorno successivo, in stato confusionale e ferito. A pochi passi giace Irma, scalza, priva di sensi ma viva. Nemmeno lei, una volta, ripresasi, è in grado di ricordare alcunché e delle altre non si saprà più nulla.

La premurosa direttrice, preoccupata per il grave dissesto finanziario, accetta che la rediviva venga a dire addio alle (poche) amiche rimaste a scuola: le stesse graziose fanciulle che regalavano bigliettini e fiorellini, sconvolte per la tragedia, aggrediscono verbalmente e fisicamente la fragile Irma, rea di essere viva e immemore della sorte delle compagne, in una scena di bestiale violenza che niente ha a che vedere con i catfights a cui le commedie americane per adolescenti ci hanno abituato. Le educande urlano, sputano, imprecano, si liberano dei bustini e dalla remissione richiesta alle donne dall’etica vittoriana, sfogandosi su un’innocente per reagire ad una tragedia di cui non riescono a trovare un perché.

Il collegio è ormai sull’orlo del fallimento, la direttrice, perennemente ubriaca, non trova di meglio da fare che torturare la piccola Sara, la quale piange la scomparsa dell’amata Miranda, a cui annuncia l’espulsione dalla scuola e l’immediato ritorno in orfanotrofio: il mattino dopo viene rinvenuto il cadavere della bambina, che si è gettata dalla finestra. Verrà ritrovato sulla roccia, a breve distanza di tempo, anche il corpo della signora Appleyard, forse suicida, o forse no.

 

«Così come il famoso caso della Mary Celeste, il mistero di Hanging Rock è da considerarsi insoluto».

Ansia, eh?

L’enigma irrisolto, i punti oscuri della trama e la ventilata veridicità dei fatti – l’autrice e il regista non si sbottonano, sogghignando ambiguamente lasciando allo spettatore la decisione se credere o meno alla storia – non possono che suscitare un senso di frustrazione.

Ma è proprio nel non –sapere che risiede il fascino del film: tutto è volutamente lasciato sul vago, sappiamo molto poco della biografia dei personaggi, qui solo figure secondarie rispetto alla vera protagonista, la Hanging Rock, luogo di vita, per la natura rigogliosa che vi cresce attorno, e di morte. L’uomo inteso come maschio, può solo guardare verso la sua cima, immaginando cosa vi accada ma non vi ha reale: le uniche depositarie dei suoi segreti sono le donne.

Un meta per gite fuori porta

Una nota di colore: la dolce Joan Lindsay pubblicò nel 1987, un breve racconto, Il segreto di Hanging Rock. Nessuno ritenne necessario trarne un film e va bene così.

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Pontifico, spesso senza che nessuno richieda il mio intervento, dal 1990. La mia idea di sport è una maratona di film o di serie TV appollaiata sul divano: amo il cinema drammatico, i gialli e la Disney. Sì, mi piace piangere.
Sono una lettrice onnivora ed insaziabile. Ascolto musica di ogni genere ma soffro di grave dipendenza da Beatlesmania. Mi piacciono gli spoiler. Il mio sex-symbol di riferimento è Alberto Angela.

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