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A piedi nudi nel parco. Quando la convivenza sopravvive ai cliché

A piedi nudi nel parco. Quando la convivenza sopravvive ai cliché My rating: 4 out of 5

Tra i cliché sulle coppiette che vanno a vivere insieme, uno dei più diffusi è il rullo zuppo di vernice che sale e scende e rotola lungo i muri, accompagnato dalle mani di un lui e di una lei che teneramente si sorridono con schizzi di colore un po’ qua e là su viso, braccia e vestiti. Complici le pubblicità, i montage in qualsivoglia genere di film (c’è un momento simile persino in Mine), le istruzioni sui manuali d’amore & cura per la casa che sottolineano quanto sia efficace e importante, per chi va a vivere insieme, ridipingere le pareti together (alla faccia degli imbianchini e di chi, come me, avrebbe solo da bisticciare per le pennellate maldestre).

Chi, invece, volesse ammirare un ritratto più originale di quello che succede quando ci si trasferisce nel cosiddetto nido d’amore, può mettere da parte il cliché dell’intesa perfetta a suon di pennelli e pittura, e gustarsi invece quella più pittoresca di A piedi nudi nel parco, film del 1967, diretto da Gene Sacks e interpretato dai sexy e smaglianti Robert Redford e Jane Fonda, strafotografati e osannati recentemente a Venezia.

A piedi nudi nel parco (Barefoot in the park) racconta di due novelli sposini, Corie e Paul, che dopo aver passato una focosissima luna di miele chiusi in una stanza del Plaza, si trasferiscono in un appartamento (scelto da lei) che si rivela un po’ spoglio di comodità, soprattutto per chi, come lui, è tutto lavoro e a nanna. La coppia scoppietta di effusioni, ma scoppierà presto a causa di un assortimento abbastanza prevedibile di caratteri opposti: Corie è vivace, piena di vita, avventurosa e con l’entusiasmo (e l’impulsività irrazionale) di una bambina; Paul è un esordiente avvocato che lei definisce “impettito”, con i piedi (per nulla nudi) per terra, incapace di ubriacarsi e che se vede un buco enorme sul lucernario da cui scende la neve a febbraio, dritta dritta sul divano, c’ha pure il coraggio di avere da ridire.

-Sento degli spifferi… c’è vento freddo di nord est in questa stanza.

-Non prendere quell’aria sarcastica.

-Non prendo un’aria sarcastica, prendo una polmonite!

La brillante commedia, piena zeppa di dialoghi frizzanti e mai scontati, in grado già da soli di caratterizzare finemente i personaggi (insieme ovviamente al carisma degli interpreti) che si muovono sulla scena in pochissimi spazi chiusi, vive palesemente dell’energia teatrale con cui questa storia è nata, grazie alla penna di Neil Simon (commediografo e sceneggiatore anche de La strana coppia e Invito a cena con delitto).

E quando una storia è scritta bene, brillano anche e soprattutto i personaggi secondari, come Ethel, mamma di lei, persa nella ormai abitudinaria e solitaria esistenza da single (Mildred Natwick) che riscopre i folli piaceri della vita grazie allo strampalato vicino di Corie e Paul, Victor Velasco (Charles Boyer), fino a creare un piacevole quartetto di doppia coppia generazionale.

“Mi sento come se fossi morta e andata in cielo. Solo che ho dovuto arrampicarmici.”

Controversie, litigi, ripicche tipiche solo di chi si è molto probabilmente innamorato di quello che poi rivendica peggior difetto altrui, eppure anche degno di essere, più che perdonato, accettato.

Non devi fare altro che rinunciare per lui a un po’ di te stessa. Non prendere tutto come un gioco: soltanto di notte, in quella piccola stanza lassù, abbi cura di lui, fallo sentire importante. Se ci riesci avrete un matrimonio felice e meraviglioso: come il dieci per cento delle coppie.

Una saggia verità materna, forse oggi molto meno scontata di quel che si pensa, visto il narcisistico motivo per cui si molla di più, ma ognuno di noi sa perché a volte va a dormire sul divano.

E se è vero che l’amore non è bello se non è litigarello, magari è pure più vero che se litigarello deve essere, che sia almeno caratterizzato dalla stessa scintillante ironia con cui è scritto questo film. Perché anche nel litigare esistono cliché che ammazzano l’entusiasmo di stare insieme, di condividere difetti e piccole pazzie del quotidiano, come un buco sul soffitto a febbraio, scale che ti sfiancano e piedi nudi sui prati invernali, che non saranno la fine del mondo per chi ci vedrà il romantico senso del compromesso di coppia, molto più efficace e necessario di un po’ di pittura spennellata together sulle pareti.

– Paul, sei addormentato?

-Solo le mani e i piedi.

Chi non è mai sopravvissuto a una notte così?

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La mia prima babysitter fu una Super 8. Non scherzo, mio padre mi teneva tra i rullini da sviluppare. Mia madre invece mi faceva sedere sui libri, secondo me non voleva che li aprissi, perché sapeva sarebbe stata la fine. Mischio storie e immagini da sempre, a volte mi fa girare la testa, a volte mi fa girare cortometraggi (che a volte mi fanno girare il mondo). Scrivo di cinema perché guardare non mi basta.

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