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Pollo alle prugne: dal fumetto di Marjane Satrapi, violini e angeli neri a Teheran

Pollo alle prugne: dal fumetto di Marjane Satrapi, violini e angeli neri a Teheran My rating: 4 out of 5

No, non siete finiti sull’ennesimo blog di cucina, e no, non è un pezzo sui cibi migliori da sgranocchiare davanti allo schermo. Pollo alle prugne è un film vero e proprio, e pure caruccio. Parecchio. Per la precisione, il Pollo alle prugne è il piatto preferito del protagonista dell’opera omonima.

Ma procediamo con ordine: Pollo alle prugne è stato girato nel 2011 da Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, che è anche l’autrice della graphic novel che porta lo stesso titolo – la stessa di Persepolis, per intenderci. E, vista la regia, non poteva essere ambientato in un luogo diverso dall’Iran: siamo a Teheran, nel lontano 1958, e il giovane violinista Nasser, un Mathieu Amalric con un’adorabile aria da sognatore, si innamora della bella Irâne (Golshifteh Farahani). Peccato però che il di lei padre abbia altri piani, e combini un matrimonio con un promettente soldato.

Nasser si rifugia allora nella musica, unica vera compagna di vita; un rifugio accogliente e sicuro, finché Faringuisse (Maria de Medeiros), moglie di comodo e mai amata, in un impeto di rabbia e forse anche di gelosia distrugge il suo prezioso violino. Perso ogni scopo nella vita, Nasser decide di non alzarsi più dal letto: in una bolla di inedia, dolci ricordi e amari rimpianti, trascorrerà gli ultimi otto giorni della sua vita rintanato nelle sue memorie, lasciandosi morire davanti allo sguardo attonito di una famiglia che non ha mai sentito tale.

Pollo alle prugne è pura poesia: per la storia che narra, per gli elementi fantastici che si susseguono lungo tutto il film, per il mix riuscitissimo tra recitazione e animazione. Tra le sequenze più riuscite, l’apparizione dell’angelo della morte Azraël (Édouard Baer), che in barba ai dettami più ortodossi sull’impossibilità di raffigurare tutto ciò che ha a che fare con la religione sembra un mostro delle fiabe con un ghigno da stregatto, e il suo racconto sul commerciante di Gerusalemme che non può non ricordare le note di Samarcanda.

Presentata alla 68° mostra di Venezia, la storia di Pollo alle prugne non è allegra, ma neppure triste; romantica, ma non sentimentale; malinconica, semmai. Tutto sembra sospeso, avvolto in un alone nostalgico; ombre scure e colori pastello si mescolano creando un mosaico che altro non è che la vita. In una parola: Pollo alle prugne è magico.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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