Old Movies

La principessa Mononoke, Miyazaki tra regole ed eccezioni

La principessa Mononoke, Miyazaki tra regole ed eccezioni My rating: 5 out of 5

Miyazaki dirige il suo capolavoro e il risultato è piuttosto atipico

La principessa Mononoke è uno dei prodotti più rilevanti della filmografia del fondatore dello Studio Ghibli, Hayao Miyazaki. Non solo perché è stato il film più visto in Giappone per numerosi anni, ma anche per i suoi contenuti apparentemente atipici per il regista. Magari non ve ne fregherà niente, ma io oggi voglio parlarvi di cosa rende quest’uomo e questo film geniali.

Se ti recherai in quelle terre e discernerai ogni cosa con occhi non velati dall’odio, allora forse potresti trovare una strada per spezzare quella maledizione.

Un film-Odissea

Innanzitutto a rendere il film interessante e singolare è la sua genesi: Miyazaki sognava da anni di realizzarlo, ma il progetto risultava troppo ambizioso. Cosa lo spinge a cambiare idea dunque? La convinzione che quello sarà il suo ultimo film. Il regista infatti, pur non essendo eccessivamente vecchio, soffre di dolori lancinanti al braccio destro che sembrano suggerire un’imminente impossibilità al disegno. Dunque, nonostante i costi e quindi gli incassi necessari, nonostante la mancanza di idee sul finale, si lascia persuadere dal suo direttore e comincia a lavorare nonostante la mancanza di sceneggiatura.

C’è inoltre un secondo ostacolo: l’ambientazione in un’epoca quasi totalmente estranea al pubblico, nonché la violenza dei contenuti. Per chi legge e ha già visto il film (e come monito a chi lo guarderà), si può dire che tra frecce che amputano braccia, arti che saltano, la principessa stessa, San, che compare per la prima volta mentre succhia via sangue dalla ferita di una lupa, Miyazaki non si sia risparmiato riguardo a contenuti d’impatto, al contrario del resto della sua filmografia, molto più delicata e meno esplicita al riguardo. Primo punto del suo genio: ovviare il problema facendo uscire un trailer che ponga in evidenza proprio le scene più violente così da temprare il pubblico, che arriverà in sala preparato a ciò che si troverà di fronte.

Fare dei difetti dei pregi

Parte del successo del film si deve proprio, insomma, a quelle che sembravano le due pecche: la violenza suscita curiosità e lo spettatore si ritrova a voler comprendere le ragioni di un simile cambio di rotta, e la sceneggiatura carente, che è causa della complessità del film e soprattutto del suo finale, è ciò che, persino a detta dello stesso Miyazaki, comporta una simile affluenza in sala. Di fronte ai risultati de La principessa Mononoke al botteghino infatti, il regista, che aveva già dichiarato di non avere ben chiaro cosa avesse realizzato, dichiarò proprio “Si vede che alcuni sono tornati a vederlo perché la prima volta non avevano capito niente”. Mai intesa tra spettatore e autore fu più realizzata, dunque.

Il film

Spiegare la trama de La principessa Mononoke nel dettaglio sarebbe un’impresa, per giunta piuttosto inutile. Diciamo che la premessa è un giovane principe di nome Ashitaka, il quale viene colpito a una maledizione al braccio destro (coincidenze?) per aver ucciso un demone che stava attaccando il suo villaggio. Per cercare una cura a quello che si rivelerà un problema che potrebbe condurlo alla morte, arriverà ad una fucina che ha sede in prossimità della leggendaria Foresta degli Dei, dove vivono spiriti della natura e il cosiddetto Dio della Foresta, il quale possiede poteri incredibili. All’interno di questa foresta vive inoltre San (detta appunto Principessa Mononoke, ovvero “Principessa degli spettri”), una ragazzina abbandonata nel bosco e adottata dai lupi, e che di conseguenza odia gli umani. Non solo, l’odio tra umani e animali-spiriti è dettato anche dalla continua noncuranza con cui gli uomini distruggono la foresta, per procurarsi legna e produrre armi nella fucina. Se a questo aggiungiamo che la testa del Dio della Foresta donerebbe l’immortalità a chi la possiede, capirete che della tensione c’è. Parecchia, anche.

Le particolarità

Il pessimismo

Come si diceva, il film ha dei toni piuttosto atipici rispetto a quelli tradizionalmente propri di Miyazaki. In generale, non c’è ottimismo e positività in questo film, tutt’altro. Le condanne del regista alla venalità dell’uomo, al suo desiderio continuo di più potere, alle sue tendenze bellicose e non ultima alla sua mancanza di rispetto per la natura sono portate al parossismo, e la violenza ne è un rafforzativo. Persino le ambientazioni sono specchio di questo atteggiamento rassegnato che Miyazaki sembra assumere, mostrando la natura come idilliaca nei luoghi più remoti e inaccessibili, ma al tempo stesso realizzando delle ambientazioni che suggeriscono inquietudine, poco illuminate e dai colori generalmente scuri.

Il finale

A smorzare, pur se solo in parte, questi toni così cupi e tragici, e a rendere La principessa Mononoke un film coerente alla tradizionale poetica di Miyazaki, è soprattutto il finale. Senza scendere nei dettagli, possiamo dire solo che quando il regista vi lavorava, teneva sul tavolo due frecce che indicavano direzioni opposte, e che ciò che giunge nel finale del film è una sorta di trasposizione di questa immagine. Le parole che Ashitaka rivolge a San in una delle ultime scene sono “Condividiamo la vita”, facendosi portavoce del messaggio che trapela da tutto il film.

Miyazaki ci mette di fronte alla realtà dei fatti per cui non esistono lieti fini, per cui un danno irreparabile resta tale e a ogni azione crudele corrisponde una punizione. In quel “Condividiamo la vita” però, lascia quella che non è una realtà o una morale, ma un augurio: convivere nella diversità, questa è la speranza del genere umano. Questo è il modo in cui, secondo il regista, natura e uomo potranno tornare a convivere in armonia, attraverso cui si riuscirà a non dover portare avanti questo susseguirsi di crudeltà e punizioni.

La coerenza nella diversità

Il messaggio che sopravvive alla novità che il film rappresenta è, appunto, quello del dover imparare a convivere nelle differenze. Questo comprendendo ciò che ci mostra ancora una volta, ovvero come esista la diversità e come al tempo stesso in ognuno di noi coesistano gli opposti. Così, in un film tutto diverso nei toni e nella mancanza di positività, a mantenersi onnipresente è questa insistenza del regista sull‘inesistenza di Bene e Male come entità distinte, sulla necessità di rendersi conto che ogni essere vivente possiede entrambe in sé e per poter crescere e sopravvivere debba accettarlo. Chi lo accetta, come San e Ashitaka impareranno a fare, è in grado di vedere oltre, di sentirsi in contatto con il mondo e crescere, atto che è da sempre il più difficile e importante per i personaggi miyazakiani.

In tutta questa diversità, sia interna al film stesso che esterna, a sopravvivere e a portare avanti è dunque la speranza. Come sempre quindi non si può consigliare un film di Miyazaki se si pensa di vedere un film leggero solo in quanto cartone animato, men che meno in questo caso. Ma ancora una volta se volete vedere quanto complessi possono essere i concetti che stanno dietro dei disegni che siamo portati a ritenere “per bambini”, eccovi serviti.

Che poi scusate, ma quanto sono belli i Kodama?


P.s. Se siete fan dei vecchi cartoni ricordatevi di passare a trovare i nostri amici delle pagine Cartoni Animati Anni ’70, ’80 e ’90 e Sigle Cartoni Animati!

Article written by:

Avatar

1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi