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Breakfast at Tiffany’s: Siamo tutti Holly Golightly

Breakfast at Tiffany’s: Siamo tutti Holly Golightly My rating: 5 out of 5

 

“Breakfast at Tiffany’s”: Non c’è molto da dire a proposito di un capolavoro, per cui più che una recensione vorrei fare di questo articolo una riflessione: cos’è che rende certi film immortali e sempre al passo con i tempi? 

Piove da una settimana ininterrottamente qui a Torino, e non c’è niente che più di Netflix possa alleviare la meteoropatia o l’ansia del lunedì. È il momento perfetto per raccogliersi, tirare uno sguardo di complicità alla coperta, rapire il gatto (sì, la mia ha un nome) stringendoselo addosso in quanto unico essere in grado di capirci appieno e recuperarsi uno di quei film che bisogna vedere almeno una volta nella vita. Parliamo di storia, di dive, di grande cinema, di Hollywood e di tutti quei titoli che mettono in soggezione nel momento in cui devi ammettere di non averli mai visti.

Ciao a tutti, mi chiamo Andrea, questo è il mio primo articolo per The MacGuffin e sono molto felice di dedicarlo alla mia prima visione di questo gioiello (per restare in tema)!

Holly è una ragazza di una bellezza incredibile ma senza alcun tipo di talento, né tanto meno con un progetto di vita proprio. Sopravvive nel suo appartamento a New York aspettando il ricco uomo giusto da sposare. La sua vita subisce una scossa (di cui per quasi tutto il film non si rende conto) quando Paul, scrittore mantenuto dalla sua amante e arredatrice più grande di lui, si trasferisce nell’appartamento vicino al suo. Si direbbero dunque due approfittatori o due arrampicatori sociali che nel corso del film sviluppano la loro condizione esistenziale in due modi opposti. Fermiamoci qui per ora, perché questo è il punto a cui volevo portarvi per svincolarmi da ciò che normalmente ci si aspetta di leggere in una recensione e rispondere alla domanda qui sopra.

ATTENZIONE: DA QUI IN POI INIZIANO GLI SPOILER

#siamotuttiHolly

E lo siamo perché Audrey Hepburn interpreta una ragazza fondamentalmente abbandonata a sé stessa un po’ per scelta e un po’ per fatalità. Questo fa sì che si costruisca un’armatura contro un mondo che l’ha delusa, convincendosi per necessità di non avere bisogno di nessuno, aspettando anzi di diventare lei stessa un bisogno per qualcun altro a patto che quest’ultimo possa darle in cambio una vita migliore: la stessa che nemmeno lei, pur non rendendosene conto, è in grado di regalarsi. La confusione di questa ragazza viene montata sempre di più nello sviluppo del film, fino al punto in cui si scopre che “Holly”, altro non è che un alter ego di “Lula”.

Eccoci quindi ad un’importantissima rivelazione sul profilo psicologico di questo personaggio, dal quale nasce il mio parallelismo con noi “millennials” (io sono del ’96 quindi credo di essere fuori dalla categoria ma voi non lo sapete): cosa c’è di più auspicabile, quando il futuro sembra stare voltando le spalle al pianeta, di essere qualcun altro? Quanti di noi evadono dalla realtà ogni giorno, proiettandoci dentro un futuro all’interno del quale siamo persone realizzate, facciamo il lavoro dei nostri sogni e chiediamo a Margot Robbie (/Brad Pitt) com’è andata la giornata prima di sederci a tavola?

Sembra che noi giovani dobbiamo rassegnarci a vivere alla giornata, e che le prospettive di un mondo che sempre di più vira verso a possibilità che siamo i primi a sperimentare, spaventi e renda incredule (e forse invidiose) le generazioni precedenti.

Eccoci allora tornare “Lula”. Ecco che non ci sentiamo nessuno per dare un nome al gatto, in quanto entrambi siamo “a couple of no-name slobs”, due esseri persi nel mondo che vivono e vagano senza una meta ben precisa.

 

“I don’t want to own anything until I find a place where me and things go together. I’m not sure where that is but I know what it is like. It’s like Tiffany’s!” – Holly

“IT’S LIKE TIFFANY’S!”

Ci sono due modi di cercare Tiffany’s: avere il coraggio di mollare tutto e prendere in mano le redini del gioco o chiudere gli occhi e continuare ad accontentarsi della visione di una vetrina di un negozio troppo prestigioso illudendosi che quella che hai davanti sia la felicità.

Così, mentre Paul pone un freno al suo ozio ed alla sua dipendenza economica da un’altra persona, Holly/Lula la cerca sempre più intensamente.

Troppo spesso le iniziative inibiscono, ed i primi passi verso l’approfondimento di una conoscenza vengono mal interpretati o respinti a priori.

Siamo spaventati dal nuovo. Non siamo disposti ad uscire dalla nostra comfort-zone fatta dei soliti likes, dei soliti amici e delle solite serate. Siamo diffidenti verso il prossimo perché la fregatura è sempre dietro l’angolo, o forse perché abituati all’esagerazione. L’esposizione mediatica di cui oggi tutti godiamo attraverso i social network, ha fatto sì che l’aspettativa media del singolo si sia alzata di colpo e senza un motivo preciso. Stiamo forse perdendo la percezione reale di noi stessi confrontandoci troppe volte con ciò che ci appare nel feed di Instagram?

“LE PERSONE NON SI APPARTENGONO”

Paul si innamora follemente di Holly.

Holly, fino ad ora complice di Paul, improvvisamente lo allontana.

Sta per sposarsi con il ricco futuro Presidente del Brasile. Ce l’ha fatta. Ha il suo uomo che la può sistemare.

“Le persone non si appartengono”, per cui l’amore sembra essere un accordo tra le parti: “io donna bellissima mi concedo a te in cambio della condivisione della tua fortuna”. Non può esistere un amore disinteressato, semplicemente perché Holly non lo ha mai conosciuto.

Audrey Hepburn nella scena finale di “Breakfast at Tiffany’s”

Arriva dunque il momento più drammatico del film (dopo l’abbandono di Gatto fatto scendere non troppo gentilmente dalla macchina): Paul è disperato. Ha rinunciato ai suoi comfort per una persona che ai suoi non è disposta a rinunciare minimamente e che nemmeno gli ha detto dell’imminente matrimonio.

Il diluvio rende molto più drammatica la separazione tra due amanti inconsapevoli ed il Gatto.

La diffidenza e la paura di amare di Holly sovrastano l’amore sincero che Paul è pronto a dimostrarle; così lei è decisa a partire e lui le lancia in un ultimo e disperato gesto l’anello trovato nelle noccioline che insieme avevano fatto incidere da Tiffany’s, non potendo permettersi l’acquisto di nessun gioiello.

CONCLUSIONI

Qui finisce, insieme a questo articolo, il parallelismo tra quello che è un film meraviglioso ed una realtà che troppo spesso è molto più amara.

Holly capisce che, forse, Tiffany’s l’ha sempre guardato non solo da una vetrina, ma soprattutto negli occhi di una persona che per la prima volta l’ha amata davvero.

Si lascia finalmente andare, e dopo disperati richiami ritrova Gatto intento a ripararsi dalla pioggia dietro ad un cassonetto ed il suo vero amore che fino alla fine ha sperato di vederla tornare indietro.

Paul, Gatto & Holly nella scena finale di Breakfast at Tiffany’s

Il film è un capolavoro.

La realtà difficilmente lo diventa.

Holly esiste. Sono io, sei tu.

Siamo tutti noi che nell’era di Tinder non riusciamo a conoscerci fino in fondo se non facciamo parte dello stesso giro di frequentazioni.

Siamo noi quando lasciamo che la superficialità prenda il sopravvento e pensiamo che tutti gli uomini siano violenti, che tutte le donne siano acide troie o frigide santerelline e che speriamo di trovare Tiffany’s in qualcun altro al più presto possibile… Senza però mai chiedersi se non sia il caso di partire da noi stessi.

 

GUARDA IL FILM SU NETFLIX: http://bit.ly/37NKlvK

 

“Moon River”, colonna sonora di Breakfast at Tiffany’s

 

 

 

 

 

 

Article written by:

Andrea Bruno

Classe 1996, musicista ed appassionato di cinema diffida dagli eccessi di felicità che molto spesso nascondo l'esatto opposto. Nostalgico amante del jazz e della filosofia (colonne portanti del suo progetto cantautorale come Andrea Millais), trova nel cinema la possibilità, per ognuno, di rispecchiarsi dentro a personaggi di film o serie tv al fine di alleviare quel frustrante senso di solitudine a cui ogni essere umano può essere soggetto.

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