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Sogni: arte e filosofia su celluloide, firmato Akira Kurosawa

Sogni: arte e filosofia su celluloide, firmato Akira Kurosawa My rating: 5 out of 5

Uno dei lati positivi dell’aver vissuto in una famiglia di professori è che sin dalla più tenera età ho avuto la fortuna di essere circondata da libri, stampe e videocassette di ogni sorta, e la mia vena intellò-cinefila non finirà mai di ringraziare per questo. Anche le cose più belle però hanno un rovescio della medaglia: essere sottoposta alla visione di Sogni quando ancora non avevo abbandonato il biberon è uno di questi. Capolavoro del 1990 del giapponese Akira Kurosawa, Sogni è entrato di diritto nell’Olimpo della cinematografia mondiale, e non c’è aspirante regista che a un certo punto della sua carriera non abbia provato ad imitarlo. Tuttavia, scoprirlo quando ancora non si è raggiunta la doppia cifra anagrafica può causare qualche piccolo trauma; nella mia mente, per esempio, per una ventina d’anni questo film è stato sinonimo di inquietudine, malessere e un generale senso di morte. Roba da telefono azzurro, insomma.

Ben decisa a superare lo shock, di recente ho deciso di recuperarlo: ebbene, confermo tutto quanto. Non si esce da Sogni senza essere pervasi da una tensione non ben definita, un lieve brivido che continua a correre lungo la schiena per un po’; e proprio per questo, è uno dei film più belli che siano stati girati sul globo terracqueo.

Composto da otto episodi che Kurosawa riconduce a diversi stadi della sua vita, Sogni non racconta niente, ma parla di tutto: dell’esistenza del regista, della storia giapponese, dell’arte, della morte. Filosofia su celluloide, con delle pennellate di realismo magico che a tratti lo fanno sembrare più un quadro che un film – un concatenarsi di immagini oniriche, proprio come quando le palpebre iniziano a calare.

I primi due episodi raccontano dell’infanzia di Kurosawa, o meglio, la usano come pretesto per fare sfoggio di coreografie e colori da stampa giapponese. Nel primo, il regista ancora bambino viene messo in guardia dalla madre: piove con il sole, e dunque è bene non allontanarsi da casa, perché in giornate simili le volpi celebrano i loro matrimoni, e a coloro che vengono scoperti a osservarle succedono cose terribili. Naturalmente il bimbo curioso si avventura nei boschi, e lì accade la magia: una danza tradizionale a metà tra il balletto e la parata militare. Scoperto, al piccolo non rimane che andare a cercare la casa delle volpi per implorare perdono. Una cascata di fiori colorati che si mescola ai raggi dell’arcobaleno; un piacere per gli occhi che fa venir voglia di riguardare all’infinito quest’ultima inquadratura.

Ma non lasciatevi tentare: il secondo episodio è la degna continuazione di questi Sogni. Durante la festa delle bambole, il bambino insegue un’enigmatica amica della sorella maggiore, fino ad arrivare in una radura dove un tempo sorgeva un pescheto, poi abbattuto dalla sua famiglia. Gli spiriti degli alberi, inizialmente adirati con lui, alla vista delle sue lacrime lasciano rifiorire per un attimo il boschetto: un tripudio di passi, vento e petali rosa, tanto meravigliosi quanto effimeri.

Ma si sa, l’infanzia non può durare in eterno: con il terzo sogno finiamo catapultati in una spedizione montana, nel bel mezzo di una tormenta, e compare Akira Terao, uno degli attori feticcio del regista. Non più colori, ma un bianco quasi accecante, e il primo sapore di morte, sconfitto solo con l’ultimo rigurgito di disperazione. Una sensazione, questa, che diventa certezza nel quarto episodio di Sogni, forse il più toccante: il protagonista, unico superstite del suo battaglione, sta attraversando un tunnel per raggiungere la casa natale, quando sente dei passi dietro di lui. Compaiono prima uno, poi migliaia di suoi commilitoni, il volto bluastro, le divise macchiate di sangue, in attesa di ordini. Il reduce, dilaniato dai sensi di colpa, non può fare altro che ricacciarli indietro; l’unica creatura ancora viva, significativa metafora della guerra, è un cane rabbioso.

Il senso di impotenza e disperazione si acuisce nei Sogni sei e sette, fino a trasformarsi in un dramma ancor più totalizzante della guerra, o almeno, della guerra come era conosciuta fino al 1945. Protagonisti di questi episodi sono infatti i disastri nucleari, ed il richiamo ad Hiroshima è lampante; folle in preda al panico corrono in tutte le direzioni, benché sappiano che non esista più alcuna via di salvezza; ma d’altronde, come può un uomo stare fermo ad aspettare la morte? Anche quando la tragedia è ormai compiuta, la terra non genera altro che fiori mutanti e gli esseri umani si sono trasformati in demoni ingabbiati in volute che sembrano gironi dell’inferno, il desiderio di fuggire rimane – forse è l’unica cosa che ancora tiene in vita i pochi, desolati superstiti.

Una boccata d’aria fresca arriva con l’ultimo sogno, non a caso lasciato alla fine, quasi a rappresentare la saggezza, il distacco e la serenità della vecchiaia: il protagonista arriva in un meraviglioso villaggio sull’acqua, dove gli uomini vivono di poco, in totale armonia fra di loro e con la natura, al punto che la morte non è più vista come una tragedia, bensì come la naturale conclusione dell’esistenza.

Visivamente meraviglioso, ma mai quanto il quinto episodio di Sogni, che ho volutamente lasciato alla fine: in tempi in cui al cinema si sprecano film di dubbio valore artistico su musei e pittori, rifatevi gli occhi con questo. Il più onirico di tutti, questo sogno racconta ancora meno degli altri; semplicemente, ci catapulta in un quadro di Van Gogh, e poi ci fa parlare con lui, e poi ci porta a passeggio tra i suoi paesaggi, quelli reali e quelli dipinti. Piccola chicca, ad impersonare l’artista c’è nientemeno che Martin Scorsese.

Arte, filosofia, epopea dell’umanità: Sogni è la dimostrazione, forse l’unica davvero riuscita, che si può fare del grande cinema anche senza avere una storia fra le mani. E in fondo, non è mai troppo presto per vederlo.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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