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Spring Breakers: il declino spietato della Brit Generation

Spring Breakers: il declino spietato della Brit Generation My rating: 3 out of 5

Una trappola perfetta

Per parlarvi di Spring Breakers dovrò cominciare prendendola molto larga e introdurvi il fondamentale concetto accademico di trappola cinematografica. Trattasi di trappola cinematografica un qualsiasi elemento stilistico-narratologico volto a sobillare la mente dell’ignaro e pivello spettatore, assoggettandola completamente ai meccanismi finzionali del cinema. In breve, è quando non ci hai capito niente. Esempio di trappola cinematografica: nel film Il pranzo di Babette, incentrato sulla preparazione di un pranzo da parte della suddetta Babette, non è la suddetta Babette a scegliere il menù, ma la scrittrice del racconto da cui il film è tratto. Tutto chiaro fin qui?

Questa è Karen Blixen, colei che sceglie il menù, ritratta nell’atto di scegliere il menù.

(L’antefatto di questo mucchio di stronzate è una faccenda autobiografica: per una serie di congiunzioni astrali universitarie mi sono ritrovata a dare un improbabile esame di storia del cinema e ho commesso l’imperdonabile errore di cui sopra, ricevendo la glaciale imbruttita lei signorina cade con troppa facilità nelle trappole cinematografiche, che è una cosa che fa troppo ridere per non condividerla.)

Eh, durante la visione un po’ ti ci senti anche tu come Selena Gomez.

Bene, per me Spring Breakers è stato una trappola cinematografica gigantesca in cui sono caduta come una pallina spaia di Puzzle Bubble. L’ho visto scegliendolo quasi a caso, perché era periodo di essay ed esami finali dell’Erasmus (ebbene sì, narra la leggenda che in Erasmus si facciano anche gli esami, soprattutto in quel di Nottingham, UK) e volevo riposarmi i neuroni a fine giornata – che se avete presente il proverbiale ciclo notte-giorno inglese, era tipo intorno alle 4.30 pm, il che la dice molto lunga sulla produttività di quel giorno.

Credo che la trappola cinematografica di quella volta sia riassumibile nella combo “locandina tamarra + tizie di Disney Channel + titolo imbarazzante” (il sottotitolo è una vacanza da sballo, un altro danno traduttivo della maledizione alla Se mi lasci ti cancello). Insomma, mi aspettavo al massimo una sorta di American Pie in technicolor e non ero per niente preparata a quello che ho visto.

Spring Breakers: il festival degli eccessi

Tanto per cominciare, lo spring break è il vero protagonista del film, in una versione forse stereotipata, ma che turba proprio parecchio. La festa di primavera, quella decina di giorni di pausa dalle lezioni dove gli studenti americani possono prendere d’assalto le spiagge più ambite, non è solo un’ambientazione ma una continua riproposta di immagini che quasi esplodono sotto l’occhio della macchina da presa: già dai titoli di testa c’è una carrellata di muscoli pompati-fisici oliati-tette-culi, bikini, drinking games, pasticche, cocaina, e soprattutto c’è una costante provocazione a sfondo sessuale quasi sotto forma di pantomima (esempio: l’immagine iper-sdoganata della schiuma che schizza dalle lattine di birra mentre qualche ragazza le beve). C’è subito l’eccesso, il kitsch, l’ostentazione, la smania di vivere in un moderno party decadente senza fine e senza regole.

L’anti American Dream, l’anti American Pie

Brit, Candy, Cotty e Faith, le ragazze protagoniste, vogliono andare allo spring break ma non hanno un centesimo. E se i soldi non ci sono, bisogna ottenerli nella maniera più facile e veloce: rapinando un fast food. Preso il cash e arrivate finalmente allo spring break, questa sorta di sogno americano moderno dove c’è tutto, le quattro amiche passano la prima parte del film partecipando a festini mezzi illegali e facendosi di crack – chi più chi meno (Faith, che quasi non riesce a star dietro al ritmo delle amiche). Detta così pare di assistere davvero a una sorta di American Pie, ma no, Spring Breakers NON è American Pie. In Spring Breakers non si ride mai, non ci si libera di nessun peso e di nessun rimasuglio di paturnie adolescenziali. E ce ne rendiamo conto quando è troppo tardi, quando entra in scena il gangsta-rapper Alien (James Franco nella sua versione più marcia e spaventosa), che dall’escapismo iniziale trascinerà le ragazze così come lo spettatore in una voragine di perdita di senso delle cose (complice anche un montaggio video serrato e apparentemente illogico), dalla quale non c’è salvezza né redenzione.

Il misterioso potere di rimanere bello come il sole anche coi denti di ferro e i Carrera.

Dal cast alla colonna sonora, è tutto sconcertante

Uno degli effetti disturbanti di Spring Breakers è l’uso volutamente dissacrante di attrici come Vanessa Hudgens e Selena Gomez: qui le due teen star di Disney Channel non sono i faccini puliti di High School Musical e I maghi di Waverly, ma due ragazze senza freni e senza poesia. Cioè, per dirvi, Vanessa Hudgens l’altroieri passeggiava mano nella mano con Zack Efron, qui fa i ménage à trois con James Franco senza censure né inquadrature strategiche. Più o meno tutto ciò provoca una sensazione di disturbo simile a quella che ti assale quando vedi le 2000: nel tuo immaginario saranno sempre dei perenni bebè, ma nella realtà sono molto più fighe e sveglie di te (e non di te a 16-17 anni o giù di lì, di te adesso. Dio mio che vecchiaia, vabbè).

Un eloquente esempio molto poco Disney, e neanche dei migliori.

Oltre al bombardamento visivo, anche la colonna sonora ha la sua bella pesantezza: principalmente e continuamente Skrillex, a cui fanno da contrappunto sia un martellante voice over dei discorsi più o meno allucinati delle protagoniste che una malinconica Everytime di Britney Spears suonata al pianoforte; quest’ultima totalmente fuori luogo, ma pienamente nel contesto di una generazione patinata alla it’s Britney bitch, una generazione che il regista Harmony Korine prende di mira e tortura per tutto il film fino quasi a ucciderla (ma non vi spoilero se c’è qualcuno che muore o meno, non preoccupatevi).

Spring Breakers è un film che ti svuota, è complesso ed eccessivo, è una scelta molto più che azzardata, è il fallimento dell’American Dream, è una triste ballata nichilista senza speranza. E se il suo lavoro è adescare lo spettatore che si aspetta una cosa e sparagli in faccia il suo esatto opposto, con me ha fatto centro.

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La mia data di nascita è il primo pezzetto della tabellina del 3. Campo di grammar nazismo in più lingue, teatro amatoriale, tè e altre splendide cose che non fanno curriculum. Finché non mi crasha photoshop faccio anche l'illustratrice. Se esistesse un posto con i tramonti del Lago Trasimeno e le porte di Bologna, abiterei lì. Guardo film per poter dire che vabè comunque il libro era meglio.

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