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Sully – Gli Stati Uniti di Clint Eastwood

Sully – Gli Stati Uniti di Clint Eastwood My rating: 3.5 out of 5

Via subito il dente: Sully non è certamente uno dei film più riusciti di Clint Eastwood. Questo non vuol dire che sia un brutto film, anzi, ma purtroppo soffre in primo luogo la debolezza, a livello di pathos, del soggetto, variabile costante nella filmografia di un autore che non concepisce né scrive le sceneggiature che porta in scena.

Il 15 gennaio 2009 un aereo di linea, poco dopo essere decollato da New York, perde entrambi i motori a bassa quota e il comandante Sullenberger è costretto a tentare l’ammaraggio sul fiume Hudson. L’operazione a livello teorico sarebbe un suicidio, ma, quasi per miracolo, tutte le anime a bordo si salvano. Sullenberger viene accolto come eroe, però le indagini rivelano inesattezze sulla ricostruzione dell’evento e il comandante viene messo sotto inchiesta.

sullyBasandosi su un fatto di cronaca recente, Eastwood non dispone di alcun punto di svolta narrativo tale da poter sorprendere lo spettatore che, soprattutto se americano, conosce benissimo l’intera vicenda. Proprio per questo motivo, l’autore decide di concentrarsi sull’esplorazione dell’interiorità del protagonista, spogliandolo delle sue certezze, rivelandocene il trauma e frammentando l’evento stesso, che ci viene mostrato poco alla volta, da diversi punti di vista, lungo tutto il film. Lo stratagemma funziona e si sposa alla perfezione con la regia classica ed impostata a cui ci ha abituati il regista di Gran Torino.

1479743298_aaron-eckhart-in-sullyTom Hanks recita per sottrazione: il suo è un continuo gioco di sguardi e parole non dette, aiutato dalla fotografia di Tom Stern, che ne esalta le ombre del volto, e dalle musiche intimiste. Al suo fianco, un Aaron Eckhart con tanto di baffo si dimostra nuovamente un ottimo comprimario.

Se, quindi, da un punto di vista puramente formale ci troviamo di fronte a un’opera riuscita, seppur non memorabile, d’altra parte è innegabile l’importanza di questo film da un punto di vista sociale e storico. Sully rappresenta gli Stati Uniti di oggi: se i frequenti incubi del protagonista, che vedono un aereo schiantarsi sullo skyline newyorkese, riportano senza dubbio alla fobia collettiva di un nuovo 11 settembre, allo stesso tempo il personaggio di Sullenberger è eastwoodiano a tutti gli effetti: eroe per il popolo, si ritrova contro tutte le istituzioni.

Tema molto caro al regista quello dell’individuo in aperto contrasto col sistema, soprattutto quando quest’ultimo soggiace a regole fini a se stesse e mette in secondo piano il fattore umano. Sullenberger viene messo alla gogna perché, pur avendo fatto il suo dovere, le simulazioni al computer sembrano smentirne la condotta corretta. L’uomo eastwoodiano rimane spaesato di fronte a queste osservazioni, dato che le sue abilità sono frutto del duro lavoro di una vita intera (vediamo alcuni flashback della sua giovinezza). L’uomo eastwoodiano reagisce alle situazioni secondo la sua moralità, non deve giustificarsene. Così agli infiniti giri di parole degli ispettori, il comandante risponde con frasi concise e non fraintendibili. Dice le cose come stanno.

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Proprio leggendo l’opera in questo senso se ne comprende appieno l’attualità, quindi l’importanza che ha per capire i nostri tempi. Eastwood, apertamente schierato con Donald Trump, quasi ne mette in luce inconsapevolmente i motivi del successo. Trump è l’uomo eastwoodiano che, seppur con toni aggressivi, ha ottenuto una buona fetta di elettorato proprio per il suo essere diretto, senza peli sulla lingua, così riuscendo a vincere contro le istituzioni e i media. “Dice le cose come stanno”, così come Sullenberger. Eastwood proviene dall’America rurale e, nella sua visione politica, Sully mostra proprio quella parte del paese mai ascoltata, che vuole i fatti senza troppi giri di parole e qualcuno che li rappresenti. La stessa America che il regista ci ha mostrato in American Sniper, dove il cowboy moderno Chris Kyle/Bradley Cooper si sente in dovere di difendere la propria patria, e quindi, in una logica completamente americana, le libertà in tutto il mondo, solo quando vede due aerei schiantarsi sul World Trade Center. L’America che ha votato Trump, appunto.

Piaccia o no, il cinema di Clint Eastwood è politico e profondamente americano, col rischio correlato di essere celebrazione fine a se stessa. Eastwood è un grande regista e non ci cade quasi mai, ma la glorificazione delle operazioni di salvataggio fatta sui titoli di coda poteva risparmiarsela. Lo dice anche Sully: perché eroi? Hanno fatto il loro dovere.

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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