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The Devil’s Candy – Quando l’horror non è più di serie B

The Devil’s Candy – Quando l’horror non è più di serie B My rating: 4 out of 5

Quando vi dicono che l’horror è un genere che non sa più dare niente al cinema mostrategli The Devil’s Candy

The Devil's Candy

Uno di quelli buoni per davvero

Ormai non se ne può quasi più. Sempre gli stessi discorsi: “l’horror è un genere basso”, oppure, “l’horror è un genere di merfa”. Ma dico io, in un paese dove si vota ancora gente come Brunetta e soci, “basso” non dovrebbe essere un insulto. O no?

Ok, ok, scontata come un etto di prosciutto bagnaticcio del Lidl. Rewind.

Quando mi criticano per via dei film dell’orrore io cerco sempre di mantenere la calma e non mettere mano al mio prontuario di insulti alle madri, che ormai si sta facendo piuttosto corposo vista la mia fantasia scatenata. Per la carità, È VERO che oggi buona parte dei film horror in giro non sono altro che una banale scusa per mostrare effluvi budelliferi, ma È PURE VERO che qualcosa si sta muovendo e che negli ultimi anni il cinema indipendente e d’autore ci sta portando vere e proprie opere d’arte. In che altro modo definire pellicole al livello di Babadook, The Neon Demon, The VVitch, It Follows (caso strano in Italia sono tutti distribuiti dalla Midnight Factory) e via dicendo? Va da sé che questo The Devil’s Candy sia un horror di quella risma. Uno di quelli buoni per davvero.

The Devil's Candy

L’horror metallaro

The Devil’s Candy è un horror underground, sporco, dall’anima metallara come metal è sia la colonna sonora che la musica che ascoltano i due protagonisti, padre e figlia. Il regista australiano Sean Byrne (alla sua seconda prova dopo The Loved Ones) mette in scena una trama sostanzialmente semplice: Jesse è un buon padre di famiglia, eccentrico artista che campa vendendo le sue opere, appassionato di musica metal al pari della figlia adolescente Zooey. Con la moglie e la figlia si trasferisce nella casa dei sogni che costa pochissimo a causa – stranamente – di un crimine avvenutovi anni fa. Dopo essersi stabilita la famiglia comincia a subire la persecuzione del figlio dei precedenti proprietari.

Raymond Smilie è chiaramente una persona con evidenti problemi: sporco, ramingo, incapace di esprimersi, bofonchia in preda a deliri, litanie macabre, sente voci che gli ordinano di fare cose, cose niente affatto piacevoli. Ben presto però queste oscure presenze non tormenteranno solo Ray, ma anche Jesse, che trasferirà inconsciamente quegli incubi su tela.

The Devil's Candy

Bene e male in sfumatura

Senza fare troppi spiegoni, senza dialoghi in eccesso, senza troppo sangue, senza jumpscares, mostrando una violenza più psicologica che visiva il regista riesce a dipingere un horror visionario, onirico e immaginifico, che non spiega tutto, ma che si limita a suggestionare, suggerire. Lo stile di questo regista semisconosciuto è ineccepibile: le inquadrature sembrano quadri inquietanti (al pari di quelli che realizza il protagonista), la fotografia vira spesso da toni caldissimi ad altri gelidi, tutta giocata sul conflitto tra rossi sangue e neri tenebrosi, i personaggi sono ben caratterizzati e ben gestiti.

Interessante poi, come spesso capita nel cinema moderno e contemporaneo, che la tematica fondamentale di The Devil’s Candy sia la lotta tra bene e male, vista però in modo estremamente sfumata e niente affatto manicheo, che lascia spazio a interpretazioni varie fino a un finale eccellente che non sputtana tutto il buon lavoro fatto in precedenza.

The Devil's Candy

The Devil’s Candy riesce là dove molti horror falliscono: a inquietare tramite immagini, regia, montaggio e sonoro, non grazie a mezzucci e giochetti. I richiami a registi come Mario Bava, all’Espressionismo tedesco, al Carpenter di Halloween, Dario Argento, ma anche a moderni come Rob Zombie (vista la vicinanza con tematiche dark e metal) è evidentissima.

In sostanza ci troviamo di fronte un eccellente prodotto purtroppo di nicchia, che si meriterebbe palcoscenici ben più ampi, ma riservati a porcherie commerciali come i vari Saw: Legacy e mockumentary insipidissimi che hanno rotto le palle perfino ai più esaltati estimatori e che dovrebbero lasciare spazio a dolcissime chicche come questo The Devil’s Candy.

The Devil's Candy

P.S. Se volete saperlo questo articolo consta esattamente di 666 parole. Fate voi.

Article written by:

Federico Asborno

L'Asborno nasce nel 1991; le sue occupazioni principali sono scrivere, leggere, divorare film, serie, distrarsi e soprattutto parlare di sé in terza persona. La sua vera passione è un'altra però, ed è dare la sua opinione, soprattutto quando non è richiesta. Se stai leggendo accresci il suo ego, sappilo.

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