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The Founder – L’ennesimo retorico e distorto sogno americano

The Founder – L’ennesimo retorico e distorto sogno americano My rating: 2 out of 5

Ci sono parecchie cose che The Founder vorrebbe essere, ma senza riuscirci. Messo nelle mani del regista di quella piccola perla che è Saving Mr. Banks, questo racconto di vanesia e avida rincorsa del successo si riduce all’ennesimo film per nulla interessante su un distorto sogno americano.

Sulla carta il soggetto è strepitoso: la storia vera di Ray Kroc, venditore di tavoli pieghevoli e frullatori, che riesce abilmente a sfruttare l’idea dei fratelli McDonald, estromettendoli in seguito dall’impero dei fast food da lui fondato. Peccato che i pregi del film si fermino al suo stesso potenziale. John Lee Hancock, il già citato regista, dirige con lo stesso stile asciutto e tradizionale dei suoi precedenti lavori, ma senza poter contare questa volta su una sceneggiatura in grado di coinvolgere emotivamente lo spettatore, come accadeva in The Blind Side, o perlomeno tenerlo sveglio.

I primi venti minuti di film possono anche risultare piacevoli, grazie a un’ottima ricostruzione storica e il racconto della nascita del primo McDonald’s, seppur in questo caso il registro viri quasi verso il documentaristico. I problemi vanno di pari passo con la costruzione dell’insulso protagonista, interpretato da un deludente Michael Keaton: quasi sulla scia del Jordan Belfort di The Wolf of Wall Street, il regista vorrebbe tratteggiare un personaggio affamato di successo e disposto a tutto pur di raggiungerlo, senza darsi limiti morali. Per far ciò, Hancock costringe Keaton a muoversi nel solito cliché del visionario psicopatico, facendolo comportare da maniaco della perfezione in cucina, mostrandolo insensibile di fronte alla sofferenza dei fratelli McDonald, tanto onesti quanto ingenui, e realizzando qualche inquadratura suggestiva di lui intento a mostrare la propria faccia tosta ai fotografi e alle folle in delirio.

Infine, per chiudere il discorso sul protagonista, Michael Keaton in questa occasione non è in grado di scavare a fondo nel personaggio: il suo Ray Kroc è sicuramente mosso dall’ambizione di smettere di sentirsi un fallito, ma ciò non ne giustifica le azioni e lo rende solamente irritante. Dispiace anche vedere un attore come Keaton, che in altre occasioni sfornò interpretazioni di livello altissimo, basti pensare a Birdman, rendersi quasi ridicolo nel tentativo di sembrare credibile nei panni dell’antieroe senza scrupoli di turno.

The Founder soffre anche l’incapacità del regista di dare un ritmo ad una vicenda già di per sé poco interessante. Lentezza non è sinonimo di noia, ma in questo caso non vi è nulla che riesca a salvare l’opera: il film è noioso. Inoltre, la regia è anonima all’eccesso: non vi è alcuna presa di posizione, si limita ad esporre una vicenda già vista e trattata in tante altre opere di maggior valore. In sostanza, un film piatto e inutile.

Per finire, un discorso a sé lo merita un elemento caratteristico della cultura USA che, per fortuna, iniziava ad essere arginato dalle produzioni d’oltreoceano: la retorica americana. Da questo punto di vista, il film a tratti è nauseante, mostrando allo spettatore ristoranti chiusi che accendono le griglie per l’amore incondizionato verso un unico bambino affamato (affamato? Seriamente?) o quanto fosse importante che gli affiliati fossero persone sposate, col sorriso stampato sul volto e mosse dall’esclusiva dote americana di amare il prossimo. Uno spettacolo imbarazzante che, per fortuna, si limita ad una piccola parte dell’opera.

Dispiace molto affossare The Founder, soprattutto in ragione delle aspettative che vi si erano create attorno. La figura contrastante del fondatore senza dubbio emerge, peccato per tutto il resto.

Article written by:

Mauro Paolino

Classe 1996, inizia a scrivere recensioni cinematografiche all'età di 15 anni. Appassionato di cinema, scrittura e storia dell'arte moderna, passa le sue giornate a guardare film, scrivere sceneggiature scadenti e coltivare la sua barba, nella falsa convinzione di sembrare un ragazzo intellettualmente impegnato.

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