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The Head Hunter: il dark fantasy a budget zero che ti sorprende

The Head Hunter: il dark fantasy a budget zero che ti sorprende My rating: 4 out of 5

Il fantasy al cinema è un genere che mi ha sempre messo in difficoltà. Amo Il Signore degli Anelli, ma nel complesso trovo che il genere offra un bacino di soluzioni narrative ritrite e cliché irritanti che rivaleggia solo con quello dell’horror. A meno che tu non ti chiami Guillermo del Toro o Matteo Garrone (Il racconto dei racconti), è davvero difficile trovare un fantasy cinematografico che provi a discostarsi da quei terreni dal sapore pseudo-tolkieniano che ormai ha stufato. Vedere The Head Hunter è stato un po’ come “trovare la persona giusta al momento giusto”, soprattutto in un periodo in cui il sottoscritto non ha fatto altro che ripensare a quanto le ultime stagioni di (Te)Game of Thrones gli avessero procurato reflusso dell’acido gastrico. C’era davvero bisogno di un titolo che scuotesse le fondamenta e The Head Hunter lo fa su più livelli, incarnando quella che io concepisco come “avanguardia”.

La trama di questo gioiellino potrebbe benissimo essere quella di un racconto di George R. R. Martin in persona, perché l’atmosfera marcia e decadente che si respira è la stessa che il grande scrittore americano (quando ha voglia, ovviamente) sa ricreare. In un imprecisato paese medievaleggiante, un solitario e barbutissimo guerriero (l’esordiente Christopher Rygh) vive al limitare di una minacciosa foresta, svolgendo il lavoro sporco di cacciatore di demoni per i signori di un vicino maniero. Tra un combattimento e l’altro, l’uomo spera di potersi confrontare con il mostro che gli ha ucciso la figlia. Finché non lo trova, e il tutto conduce al sanguinoso epilogo. Insomma, un po’ Beowulf e un po’ Skyrim; premessa molto classica ma sviluppo per nulla banale. E soprattutto messo in scena con intelligenza e cuore.

Spendere bene 30.000 dollari

Non nascondo enormi difficoltà a parlare di un film che a oggi sarebbe una pietra miliare nella storia del cinema indie, se solo non fosse così sconosciuto. Proprio per questo scrivo le righe che state leggendo: The Head Hunter è un fantasy da vedere e rivedere, da far conoscere a più gente possibile affinché possa esser testimone di cosa abbia tirato fuori il regista Jordan Downey con appena 30.000 dollari (!) di budget. La messa in scena spoglia e spartana delle scenografie, molto grezze e sporche, e la minacciosa bellezza delle location naturali sono ciò che rendono così bella la pellicola. Anche senza set imponenti alla Minas Tirith, viene trasmessa l’ampiezza di un mondo fantasy affascinante e ostile, dove mostri di ogni forma e dimensione (si scorgono addirittura ombre di draghi e silhouette di giganti) girano indisturbati a diffondere la loro crudeltà tra gli uomini.

Assolutamente eccezionale il lavoro su costumi, armi e trucchi prostetici di teste dei mostri e ferite, indice di un artigianato che si prefissa lo scopo della tangibilità estrema. L’attenzione per i dettagli scenici si rivela un’altra chiave di volta per la riuscita del film. Inquadrando semplicemente un elmo, una spada o un monumento in rovina, Jordan Downey suggerisce una mitologia ben più vasta della minuscola vicenda del vendicatore protagonista, e riesce a stimolare la fantasia dello spettatore che, lo dico per esperienza personale, si ritroverà a immaginarsi mille altri film che si ramificano e vanno ad arricchire il quadro generale. La gestione della meta-narrazione è una competenza troppo peculiare per poter essere alla portata di qualunque cineasta, e ciò affascina/sconcerta ancor di più se pensiamo che Downey, prima di questo film, aveva all’attivo la regia dell’horror a tinte trash sui tacchini assassini ThanksKilling.

La contaminazione con l’horror è evidente sia nel respiro opprimente di una vicenda dove predomina l’oscurità (ci sono addirittura due jumpscare, ma fatti bene) che nell’esibizione trucida degli effetti della violenza. Numerose le citazioni, in primo luogo Non aprite quella porta, La casa di Sam Raimi e addirittura La cosa di Carpenter, ma il tutto non dà mai l’aria sgradevole di compitino cinefilo fine a sé stesso. Il ritmo è inizialmente lento eppure non è pesante (complice anche la breve durata di un’ora e un quarto), il climax viene orchestrato con dovizia mano a mano che il tradizionale scontro con la nemesi si avvicina. Il tutto poi si spegne con un epilogo volutamente poco enfatico, che sfida le convenzioni dei blockbuster moderni, e proprio per questo risulta efficace.

E ora veniamo al punto che potrebbe respingere tutti quegli spettatori che dal fantasy si aspettano esclusivamente un tamarrissimo mulinare di spadoni: sempre per esigenze di budget, la maggior parte dei combattimenti tra il nostro ombroso eroe e i suoi demoniaci avversari avvengono off-screen, mentre molto spazio viene concesso alla preparazione della battaglia come alle sue conseguenze. Ciò contribuisce a dar vita a un concretissimo affresco della quotidianità di un guerriero, fatta di azioni ripetitive e peso della solitudine che il bravissimo protagonista Christopher Rygh ha veicolato con solidità. Difficile chiedere di più, a un titolo di questa natura. Difficile fare meglio.

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Classe 1996. Studente di lettere moderne a tempo perso con il gusto per tutto ciò che è macabro. Tenta di trasformare la sua passione per la scrittura e per il cinema in professione.

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