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Train to Busan: zombie in salsa coreana per tempi di quarantena

Train to Busan: zombie in salsa coreana per tempi di quarantena My rating: 3 out of 5

Al momento in cui scrivo hanno dichiarato tutta la Lombardia zona rossa causa Coronavirus, nel solito modo nostrano un po’ raffazzonato. Gli allarmi erano partiti già la sera prima, con bozze di decreti che giravano nelle chat peggio che le ricette per il lievito madre, assalti ai treni degni del Far West, e gente che si riforniva di fagioli in scatola da qui a Ferragosto. Per tranquillizzarmi, io ho deciso di vedermi una cosetta in tema: Train to Busan, simpatico film coreano del 2016 in cui in seguito al solito inquinamento brutto sporco e cattivo si sviluppa un nuovo virus che trasforma la gente in zombie. Che a ben vedere non è troppo lontano da quello che sta succedendo dalle mie parti.

Diretto da Yeon Sang-ho, Train to Busan racconta, almeno all’apparenza, la tipica storia da film apocalittico: padre molto manager e molto assente (Gong Yoo) si sente in colpa per il poco tempo passato con la figlioletta (Kim Su-an) e quindi acconsente, per il suo compleanno, di portarla a casa dell’ex moglie, a Busan per l’appunto. Tutto sotto controllo, se non fosse che il misterioso virus di cui sopra nel frattempo si è diffuso alla grande, e che ci sono eserciti di zombie, dentro e fuori dal treno su cui viaggiano, pronti a papparseli. Per fortuna che a dar loro man forte ci sono una simpatica coppia in dolce attesa (Jeong Yu-mi e Ma Dong-seok), una squadra di baseball, due anziane e dolci sorelle, un barbone e, immancabile, il tipico uomo d’affari spietato, egoista e incompetente (Kim Eui-sung).

Descritto così, Train to Busan non è nulla di diverso dai film catastrofici perfetti per gli ipocondriaci e per questo particolare periodo storico: ambientazione claustrofobica, mostri spaventosi – e in questo caso specifico va davvero fatto un grande applauso ai truccatori –, protagonista imperfetto che nella tragedia trova la via per la redenzione.

Epperò, Train to Busan getta pure un piccolo seme di denuncia sociale con tre anni di anticipo rispetto al conterraneo Parasite. A partire dal clochard, rimasto inascoltato quasi fino all’ultimo, e dall’omaccione in giacca e cravatta, paralizzato dalla paura e disposto a tutto pur di salvarsi. Ma soprattutto: quanto siete disposti a rischiare per dare una mano al vostro vicino? Spoiler: molto, molto poco. Confortante di questi tempi, non è vero?

Oltre a questo, Train to Busan è un ottimo blockbuster a metà fra l’apocalisse, l’horror e l’action-movie, con un ottimo ritmo, due o tre momenti da cardiopalma e un tono un po’ più amaro della media. Ma chissà, forse questa sensazione è solo acuita dal fatto di far parte di quei dieci milioni di persone che sono state appena quarantenate, o quasi.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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