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True Story: James Franco e Jonah Hill non fanno solo ridere

True Story: James Franco e Jonah Hill non fanno solo ridere My rating: 4 out of 5

James Franco e Jonah Hill raccontano una storia vera, drammatica, ma soprattutto seria. True Story non è un semplice thriller, è l’equilibrio tra cinema e realtà.

Rupert Goold mette un attimo da parte la sua carriera teatrale per ricostruire il processo a Christian Longo, accusato di aver ucciso moglie e figli.

Per raccontare il tutto in modo autentico e realistico viene creato l’espediente di utilizzare l’ultima grande inchiesta giornalistica di Michael Finkel, appena licenziato dal New York Times. La storia stessa prende spunto da fatti realmente accaduti e documentati.

In questo modo le lettere e i pensieri dei due protagonisti prendono vita immergendo lo spettatore dentro un loop fatto di cose non dette e bugie.

Al momento dell’arresto il presunto omicida fornisce le generalità dell’ignaro giornalista, elemento che si rivelerà fondamentale.

Finkel, interpretato da uno straordinario Jonah Hill ormai liberatosi dallo stereotipo di essere un ciccione che fa solo ridere, inizia a interrogarsi su se stesso.

Tradito e molto probabilmente fatto fuori dal New York Times a causa dei suoi scomodi reportage, vuole dimostrare di esistere e di saper far il suo lavoro. Christian Longo, da minaccia, si trasforma così in preziosa ancora di salvezza.

James Franco dà ancora una volta prova delle sue abilità, in una versione a metà tra il cattivo psicopatico e il povero agnellino indifeso. Chiuso tra le mura bianche del carcere, un po’ vittima un po’ carnefice, ricorda il protagonista della serie The Night Of. (Non sarà l’unica similitudine).

Il rapporto tra i due pian piano però inizia a sgretolarsi, danneggiando inevitabilmente anche la tenuta del film stesso.

Spostando la macchina da presa al di là della coppia Christian Longo/Michael Finkel, prova ad emergere con prepotenza e rabbia il personaggio di Jill (Felicity Jones).

La giovane attrice, all’epoca in attesa di recitare in Star Wars, si erge paladina della giustizia, citando un’antica opera lirica durante il confronto con il presunto omicida, con la speranza di aiutare il suo compagno.

Si possono scoprire altri omaggi al teatro voluti dal regista in alcune inquadrature, ma soprattutto nella creazione di una scenografia che vuole evidenziare la rappresentazione del vuoto. In molte scene possiamo notare uno sfondo omogeneo. L’imponenza della neve, dell’acqua sotto al pontile o le candele nella chiesa, sembrano quasi essere uno stratagemma visivo per deresponsabilizzare le scelte dei protagonisti. Allo stesso tempo però, come succede su un palco, si focalizza l’attenzione sul personaggio stesso che muovendosi diventa il vero centro della scena.

Rendere l’ambiente attorno in modo più minimale possibile aiuta lo spettatore a focalizzarsi maggiormente sul cambiamento dei vari rapporti.

True Story è soprattutto un film sul giornalismo, sul potere che si ha nello scegliere di raccontare qualcosa. È l’esempio di come più che la storia stessa è importante come viene scritta, di come un fatto cambi a seconda del modo in cui viene rappresentato dai Media.


Non so se Christian Longo meriti di raccontare la sua versione. Tutti quanti meritano di farlo.

In questa frase detta da Finkel a un suo collega è spiegato il motivo per cui vorrei diventare un giornalista.

Article written by:

Nicolò Granone

Simpatico, curioso, appassionato di cinema, sono pronto a esplorare l'universo in cerca di luminosi chicchi di grano da annaffiare e far crescere insieme a voi, consigliandovi ogni tanto film da scoprire qui alla luce del Sole.

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