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Tutta la vita davanti: nuovo proletariato e vecchie speranze nel Belpaese

Tutta la vita davanti: nuovo proletariato e vecchie speranze nel Belpaese My rating: 4 out of 5

Se avete tra i venti e i trent’anni, vi siete appena laureati e immaginate un radioso futuro ad attendervi, non guardate Tutta la vita davanti. Né voi, né i vostri genitori/amici/parenti/compagni. Intendiamoci, il film in sé è bellissimo; però vi metterà addosso un mix di ansia, rabbia ed amarezza che raramente avrete provato. Del resto, il regista è Paolo Virzì, che ad ogni sua prova si conferma il degno erede di Mario Monicelli: commedia italianissima, dunque, e dove si ride molto amaro.

Protagonista di Tutta la vita davanti, girato nel 2008, è Marta, impersonata dall’astro nascente Isabella Ragonese: ventiquattrenne neolaureata in filosofia teoretica con tanto di lode, bacio accademico, ricchi premi e cotillon, deve decidere cosa fare da grande. Il fidanzato, che in Italia è un ricercatore sottopagato, decide di volarsene negli States salutandola malamente; lei, fiduciosa che case editrici ed istituti culturali la aspettino a braccia aperte, si lancia piena di buona volontà nella ricerca. Del resto, ex colleghi di università molto meno brillanti sono riusciti a parcheggiarsi tra fondazioni e programmi televisivi; peccato però che loro siano figli della Roma bene – e a tal proposito, la cena in terrazza sembra un preludio a La grande bellezza – mentre la mamma di Marta è una professoressa di un liceo palermitano gravemente malata di cancro.

Già questo basterebbe a far impazzire la nostra, ma la cattiva sorte va oltre: baby sitter a tempo perso della figlia di una bravissima e struggente Micaela Ramazzotti, viene introdotta nel magico mondo dei call center: alla Multiple, per la precisione, neonata realtà piazzata in una periferia romana tanto avveniristica quanto irreale, come un incubo di un De Chirico contemporaneo, che si occupa di vendere depuratori per l’acqua. Non proprio la critica della ragion pura kantiana, insomma. Ma Marta non si dà per vinta, e in un primo tempo il lavoro, con queste colleghe che sembrano uscite da un’edizione particolarmente coatta del Grande Fratello, la diverte anche; salvo scoprire poco a poco che la realtà è ben più agghiacciante di quanto sembra.

Tutto alla Multiple è delirante: dai balletti con cui il capo delle centraliniste, una spietata e quanto mai sola Sabrina Ferilli, fa cominciare “ogni splendida giornata”, ai licenziamenti lampo in pieno stile da reality, al mobbing imposto ai venditori non abbastanza efficienti, ai raccapriccianti viaggi premio promessi a chi ottiene il maggior numero di appuntamenti – perché avere uno stipendio degno quando puoi farti tre giorni a Miami in compagnia dei tuoi superiori? E a proposito di superiori: se questi sono i dirigenti italiani, aridatece i contadini. La Ferilli è una ex commessa con il sogno, mai ammesso, di diventare infermiera, notata per caso da Massimo Ghini, una sorta di mega direttore galattico fantozziano; se lei sembra la peggior caricatura di un responsabile delle risorse umane, tutta vestiti attillati, team building e altri inglesismi volti a mascherare un vuoto cosmico, lui è un cinquantenne belloccio, lampadato, che pretende che i dipendenti lo chiamino per nome salvo poi essere spietato con chi non gli va a genio, naturalmente separato, naturalmente con mille casini familiari alle spalle, e naturalmente di una ignoranza abissale.

È su questo punto che viene da pensare che, nonostante tutto, sia una fortuna per Marta l’aver passato così tanto tempo sui libri: perché la sua cultura e il suo cervello le permettono di barricarsi, sopravvivere e affrontare con relativamente sereno distacco frasi come “È il mio haiku quotidiano, c’ho l’abbonamento”, riferite all’sms giornaliero in rima. E perché le consentono di capire che tutti, lì dentro, sono disperati: dal tanto idealista quanto inutile sindacalista con le sembianze del malinconico Valerio Mastandrea, al venditore esaltato e prossimo all’isteria Elio Germano, a una Ferilli devota agli obiettivi di marketing come unico antidoto al suicidio, a un Massimo Ghini incapace di gestire vita e superiori – perché non va dimenticato che tutti questi manager dall’aria tronfia sono pronti a flagellarsi non appena un più in alto di loro glielo ordina. E a tutta quell’immensa platea di nuovo proletariato, che trova in Micaela Ramazzotti la sua espressione più brutale e commovente: ragazza madre, perennemente agitata e senza la minima cognizione di futuro, in cerca solo di un po’ di gentilezza.

Proprio quella che sembra mancare in questa favola nera raccontata dalla calda voce di Laura Morante, ma che tuttavia si riaffaccia nella voce di una dolce casalinga e nelle note di Que Sera, Sera: perché nonostante tutto, anche quando il futuro si annuncia cupo, non dobbiamo dimenticare che in fondo abbiamo Tutta la vita davanti, e dunque chi ha più diritto alla speranza di noi?

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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