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Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza: Leoni d’Oro, noia svedese

Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza: Leoni d’Oro, noia svedese My rating: 2 out of 5

Ci sono dei film che andrebbero visti prima dei vent’anni, o comunque non oltre il periodo universitario. Perché sei giovane, ingenua e molto più propensa ad urlare al capolavoro per sentito dire. Del tipo che basta un Leone d’Oro a Venezia per convincerti che un film dall’improbabile titolo Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza sia assolutamente imperdibile. Questo sentimento si mantiene invariato anche intorno ai trenta, ma le reazioni dopo aver visto il film in questione saranno inevitabilmente diverse: perché nel frattempo hai guardato molte più cose, il disincanto ha preso il sopravvento, e soprattutto la quantità di tempo da poter sprecare sarà infinitamente più scarsa. E dunque, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza non ti lascerà indifferente, ma non entrerà nemmeno nella lista dei film del cuore. Si piazzerà dalle parti dello stomaco al massimo, e in un modo piuttosto pesantuccio.

Presentato per l’appunto al Festival di Venezia del 2014, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è la sedicente opera omnia del regista svedese Roy Andersson; un film a episodi che dovrebbe essere un concentrato di cinismo, black humour e qualche sprazzo di malinconia. Nulla da dire sull’ultimo punto, ma sui primi due c’è un po’ da lavorare. E si che Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza si apre benissimo, con un trittico sulla morte che effettivamente è una piccola perla di ironia dissacrante: infarti durante l’apertura di una bottiglia di vino nell’indifferenza generale, vecchiette agonizzanti molto poco disposte a mollare la borsetta ai figli, altri infarti in un fast food, e qualcuno magari gradisce la birra del cadavere? Peccato che, dopo la prima mezz’oretta, questa struttura diventi ripetitiva e stancante.

Certo, non mancano i momenti surreali, uno su tutti l’ingresso in una tavola calda dell’esercito a cavallo, e gli sketch con protagonisti i venditori di scherzi sono da manuale; ma altri, compreso quello che in un certo senso dà il titolo al film, sono dimenticabili, o tristemente prevedibili, vedasi il finale con una ormai abusata critica sociale. O meglio, non abbastanza struggenti da sovrastare il senso di noia che striscia per tutta l’ora e mezza.

Menzione d’onore per la fotografia e per l’utilizzo dei colori volutamente spenti; ma allora, sarebbe stato meglio andare in una galleria d’arte anziché al cinema. Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza è il tipico film che può vincere il Leone d’Oro perché sarebbe da rozzi plebei ammettere che in un paio di frangenti si è rischiato di crollare addormentati; e per le stesse ragioni, è il film perfetto per un cineforum universitario a tema nordico. Ma datemi retta, se volete stare da quelle parti è molto meglio andare su L’albero del vicino o In ordine di sparizione; se invece volete un film a episodi davvero cattivo e davvero divertente, cambiate completamente latitudine e buttatevi su delle Storie Pazzesche. Ma Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza poteva essere utile per darsi un tono al momento dell’uscita; ormai, è pure passato troppo tempo per poter ancora épater les bourgeois.

 

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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