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Un povero ricco: Pozzetto tra Milano da bere e sindrome di Stendhal

Un povero ricco: Pozzetto tra Milano da bere e sindrome di Stendhal My rating: 2.5 out of 5

Renato Pozzetto e Pinacoteca di Brera, nella stessa frase. O meglio ancora: Renato Pozzetto e Ornella Muti, insieme a Gentile e Giovanni Bellini. Come darvi torto se vi suona bislacco? Eppure, c’è un posto dove tutto questo può succedere: el gràn Milàn, naturalmente. Per la precisione la Milano da bere, dove Un povero ricco, o meglio, un riccone che decide di allargare i suoi orizzonti, può travestirsi da barbone e vagabondare tra quadri e guglie.

Ma partiamo dagli esordi: è il 1983 e Pasquale Festa Campanile, intuendo il pur discutibile successo che il nostro astro nascente conoscerà appena un anno dopo con Il ragazzo di campagna, recluta Renato Pozzetto per la sua ode a Milano. Perché, tra le righe, questo ha fatto girando Un povero ricco: ha cantato la sua città, e quel particolare periodo della storia d’Italia in cui chiunque poteva sognare, reinventarsi, osare. Il tutto ovviamente condito da una buona dose di tette e culi, ché siamo pur sempre nell’ambito della commediola all’italiana.

Eugenio (Renato Pozzetto, se ancora non l’aveste capito) è un ricco imprenditore, il tipico baùscia con la fabbrichètta e una moglie tanto bella quanto idiota. Nota di colore: la moglie in questione è Patrizia Fontana, e in ogni frame in cui apparirà sarà nuda, o quasi. Ancora non ci si spiega come non sia stata candidata all’Oscar per la scena in cui, munita di pesetti e bilancini, tenta di misurare il peso delle sue protuberanze. Nonostante questo pozzo di scienza come consorte, mezza città a fargli da lacchè e una villa arredata in modo da fare invidia a Donald Trump, Eugenio non è sereno: c’è crisi, e teme di perdere tutto da un momento all’altro. E allora, il lampo di genio: perché non provare a vivere come un povero, in modo da abituarsi per tempo ad un’eventuale catastrofe?

Armato di pochissimi bagagli e molta buona volontà, Eugenio lascerà moglie e reggia per andare a lavorare come addetto delle pulizie, previa raccomandazione, proprio nella sua ditta. Che gli fornirà persino un appartamentino, in un condominio popolare fatiscente e dall’aria molto poco raccomandabile, ma con una splendida vicina: Marta, al secolo Ornella Muti. Qui abbiamo una delle chicche del film: la parete del salotto di Marta è tappezzata di fotografie da diva, come se fosse proprio una fan di Ornella Muti. L’incanto del cinema nel cinema dura qualche secondo, prima che Campanile ci ricordi che quello che stiamo guardando è Un povero ricco e non un capolavoro del neorealismo: gli scatti non sono della Muti, bensì di Marta, che in passato aveva tentato senza successo la carriera di modella. Inutile dire che è una bravissima ragazza, solo un po’ martoriata dalle avversità della vita.

Eugenio è invece del tutto inadatto al lavoro: appena il tempo di sbirciare sotto alla gonna di una segretaria ed esclamare un epico “Eh la Madonna!”, frase su cui Pozzetto costruirà una carriera, che riesce ad inanellare una serie di disastri tale da farsi licenziare. Non si dà tuttavia per vinto: si sa, la metropoli è ricca di occasioni, basta saperle cogliere. E quale migliore occasione delle strade di Milano in compagnia di Fosforo, clochard d’eccezione interpretato egregiamente da Piero Mazzarella?

È a questo punto che Un povero ricco trova la sua vera vocazione, quella di gran tour nel capoluogo meneghino. Renato Pozzetto, novello Stendhal, pranza sui tetti del Duomo, si addentra per le viuzze dei Navigli, scopre una Pinacoteca che aveva sempre avuto sotto casa ma a cui non aveva mai prestato attenzione: quella di Brera, per l’appunto. Dove Fosforo ci regala una massima tanto banale quanto veritiera: con alle spalle la splendida Predica di San Marco ad Alessandria d’Egitto dei fratelli Bellini, esclama “io sono il più ricco del mondo”. E come dargli torto, in fondo?

Per carità, nel complesso Un povero ricco è un film divertente, ma abbastanza dimenticabile; però, a differenza della comicità grezza de Il ragazzo di campagna, riesce a mescolare toni fiabeschi, doppi sensi da terza elementare e moralità spiccia in un modo che tutto sommato risulta piacevole. Con, a fare da sfondo, una Milano Anni Ottanta di cui non ci si può non innamorare.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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