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Una cinepresa nell’oscurità: The Hitch-Hiker di Ida Lupino

Una cinepresa nell’oscurità: The Hitch-Hiker di Ida Lupino My rating: 4 out of 5

Buio. Luce. Si accende lo schermo, è partita la macchina da presa. Gli occhi tondi e bianchi di un’automobile in corsa bucano la notte americana. Sta per succedere qualcosa. Quando fa buio, c’è qualcuno che guida su una strada deserta, e la pellicola scorre sono in bianco e nero, si sa: qualcosa deve succedere. In prima battuta, anche The Hitch-hiker – La belva dell’autostrada (1953) di Ida Lupino sembra onorare questa lezione non scritta: c’è un mistero, c’è un cattivo, forse più di uno, c’è perversione, molta perversione; la sfida? Trovare una soluzione il più pacificamente possibile.

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Più o meno a un terzo del film, però, il gioco che porterebbe a identificare il film come un thriller sporcato di noir non regge più. Il colpevole è stato trovato, il mistero rivelato. Come negli hitchcockiani Rope – Nodo alla gola (1948) e Psycho (1960), la risoluzione del caso sembra essere il punto di partenza per la vera storia: nel primo, il racconto delle manie di grandezza di un intelletto spericolato, nel secondo, la gabbia mentale dell’iconico gestore di motel Norman Bates (Anthony Perkins).

The Hitch-Hiker è la storia di Roy Collins (Edmond O’ Brien) e Gilbert Brown (Frank Lovejoy), amici che decidono di recarsi oltreconfine, in Messico, per una battuta di pesca. I due sembrano però ignorare che un pericoloso ex-galeotto, Emmett Myers (William Talman), è a piede libero e sospettato di numerosi omicidi avvenuti nei giorni precedenti con uno schema preciso: un autostoppista chiede un passaggio, rivelandosi poi un assassino. A nulla valgono i tentativi della polizia di arginare Myers: il criminale accosta Roy e Gilbert, e per i due è l’inizio di un’odissea. Un viaggio per la vita che si bilancia sul filo di un avventato flirt con la morte.

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La mano di Ida Lupino osserva, impara, e crea un personalissimo stile dove (melo)dramma e thriller si uniscono e donano un tocco di inconfondibile umanità ai ritmi serrati a cui le battute del noir avevano abituato il pubblico occidentale. I protagonisti di The Hitch-Hiker non ragionano tanto per parole, quanto per occhiate fugaci, gesti improvvisi o calcolati, rapporti di forza, e ogni battuta viene selezionata per risultare allo stesso tempo logica conseguenza degli avvenimenti e straniante rispetto al contesto di fuga criminale in cui anche gli innocenti Collins e Brown si sono ritrovati, loro malgrado, invischiati.

A sostenere la narrazione di Lupino, co-autrice della sceneggiatura, una direzione della fotografia attenta e intelligente, che lavora per aumentare il senso di claustrofobia già generato da composizione delle inquadrature e tecniche di ripresa, che avviene per gran parte del tempo all’interno dell’abitacolo dell’automobile fuggitiva. La tinta di fondo di The Hitch-Hiker è il nero, e al nero virano anche le psicologie dei tre uomini coinvolti man mano che il loro viaggio si avvicina all’inevitabile fine. Gli aggressivi fasci di luce bianca, spesso provenienti dagli oggetti di scena, che si intromettono per pochi secondi non bastano a dare una chiara, approfondita lettura dei fatti. Come dichiarato da una didascalia in apertura di pellicola, The Hitch-Hiker altro non è che il racconto di un uomo, un’auto, e una pistola. E tale, una volta giunto al termine, deve rimanere.

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Mentre scorrono i titoli di coda, il finale laconico di The Hitch-Hiker rimane un po’ addosso. E lascia curiosi di saperne di più su questa regista inglese dall’onomastica de noi altri che fece capolino pressocché indisturbata sulle scene cinematografiche degli Anni Cinquanta. Lascia voglia di carpirle il suo segreto, e di chiederle come faceva a non rovinarsi lo smalto quando, sul set, maneggiava tutti quegli sferraglianti aggeggi di ripresa. Lunga vita alla memoria di Ida Lupino.

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Nata non tanto tempo fa in una galassia lontana lontana. Drogata di sperimentazioni culinarie, auto-proclamatasi Divoratrice di Cioccolata in Capo, ride quando vede dei pinguini. Elisa lavora part-time al Double R Diner di Twin Peaks, viene da New Orleans, ma a volte le scappa un accento italiano. Le piace guardare film che non capisce, ma il suo vero grande amore è Stanley Kubrick. Se la incontrate al cinema, non sedetele vicino. Se non l'aveste capito, Elisa odia descriversi.

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