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WALL•E, la tenerezza silenziosa

WALL•E, la tenerezza silenziosa My rating: 5 out of 5

Un film d’animazione che non parla e dice tutto

Che la Pixar abbia le capacità di sfornare prodotti con “quel qualcosa in più” lo sapevamo già. Che sapesse toccare i nostri cuori, pure. Che fosse in grado di scioglierli effetto burro al sole, chiunque noi si sia, ce l’ha dimostrato rispettivamente nel 2008 e nel 2009. E se di Up si è già egregiamente parlato, io sono qui per dedicarmi al 2008, e dunque, a WALL•E.

Mi ci sono volute tre visioni (di cui una in francese, cosa che ha reso il tutto ancora più adorabile) e una discreta dose di calma per riuscire a scrivervi una recensione più o meno imparziale. Tanto per darvi l’idea. Ma andiamo con ordine.

Trama

Siamo in un futuro non precisato e decisamente distopico, nel quale veniamo a conoscenza di WALL•E, un robot dagli occhi adorabili progettato anni prima allo scopo di smaltire i rifiuti. Scopriamo però, in aggiunta, che il piccolo è rimasto solo sul pianeta, proprio perché la Terra è invasa dall’immondizia e dunque inabitabile. Già solo questa prima parte del film, che ha tutti i caratteri dei tanto amati quanto meravigliosi corti Pixar, noi spettatori la seguiamo con gli stessi occhi di WALL•E.
Già, perché il robot, rimasto solamente in compagnia di uno scarafaggino (se vi avessero detto che avreste adorato così tanto un insetto non ci avreste creduto) si è costruito una casa dove conserva tutti gli oggetti interessanti che trova, e dove guarda ad oltranza una scena d’amore tratta dal film Hello, Dolly!, sognando di poter stringere la mano di qualcuno anche lui, un giorno, e guardando le stesse nei rari squarci tra le nubi.
Sì, a me è bastato per piangere.
 
Insomma che un bel giorno un’astronave deposita sulla Terra un(a) robot di alta tecnologia, che sconvolge completamente la sua vita: WALL•E se ne innamora e vorrebbe comunicare con lei, ma questa è brutalmente (sul serio) ostinata nella ricerca di qualcosa. La nuova arrivata prende nome di EVE.
Il caso vuole che WALL•E le fornisca inconsapevolmente ciò che sta cercando: un cumulo di terra nel quale è cresciuta una piccola pianta.
Ora, per farla breve e non raccontarvi tutto: EVE viene riportata sulla Axiom, una gigantesca astronave dove “vivono” ora i terrestri. Si tratta di un luogo più che distopico, dove le persone stanno sedute su una poltrona lungo un nastro trasportatore e le macchine fanno tutto il resto per loro. Ne consegue che questi sono grassi fino a non sapersi muovere, e che il contatto umano è inesistente. EVE è una sonda incaricata si controllare se una vita sulla Terra sia ancora possibile, ma non tutti sono contenti dell’esito positivo della cosa.
Dovrà dunque, affiancata da WALL•E (che ci prova con un’ostinazione che umani levateve, dando vita alle parti più divertente e tenere del film), affrontare le varie peripezie che tutto ciò comporta, non ultima l’atrofizzazione degli umani, onde riuscire a portare a termine la missione (“direttiva“) di EVE.
 

Missione (direttiva) riuscita

Cosa mi spinge a presentarvi questo film d’animazione dunque? La totale assenza di mancanze. Esatto. Partendo da delle immagini meravigliose che rendono tanto gli ambienti distopici e inquietanti quanto quelli belli o confortevoli (e a proposito di immagini e dunque d’arte, occhio ai titoli di coda), e dallo stesso WALL•E che più carino di così non poteva uscire. Passando poi per gli omaggi, che non mancano e non stroppiano, alla fantascienza (inutile dirvi che la citazione esplicita è a 2001: Odissea nello spazio). Ma più di tutto, non manca ed è bellissima questa voglia di trovare un modo, per l’animazione, di reinventarsi senza uscire dalle proprie formule standard: e allora ecco che quelli usciti di senno, che eseguono meccanicamente, quelli che devono riscoprire i sentimenti, sono gli uomini. I robot invece hanno una curiosità, una perseveranza e un amore per la vita che sono tutti umani, e saranno loro a re-insegnarli. Ecco che l’amore nella sua classica scoperta fiabesca, quella da “ti salvo la vita a costo di perdere tutto”, si risolve in una danza e in tre dita intrecciate.
Ecco un film d’animazione, che conterà 15 minuti di dialogo su 90 di durata, che coi silenzi ci dice dell’amore più di quanto ci abbiano detto mille dialoghi. E senza parole ci lascia, d’altra parte, alla fine, capaci solo del sorriso ebete che solo certi capolavori ci sanno regalare.
 
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1994, ma nessuno ci crede e ancora bersi una birra è complicato. Cinema, libri, videogiochi e soprattutto cartoni animati sono nella mia vita da prima che me ne possa rendere conto, sono stata fregata. Non ho ancora deciso se sembro più stupida di quello che sono, o più furba; pare però che il cinema mi renda, quantomeno, sveglia. Ah, non so fare battute simpatiche.

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