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Winter Sleep: teatro inglese e romanzi russi fra le steppe dell’Anatolia

Winter Sleep: teatro inglese e romanzi russi fra le steppe dell’Anatolia My rating: 5 out of 5

Centonovantasei minuti. Che diviso sessanta equivale a tre ore e un quarto. Tre ore e un quarto di film ambientato in un albergo semideserto in Anatolia. Date le premesse, abbandonare la visione di Winter Sleep sarebbe anche comprensibile. Più di tre ore di spettacolo? Solo uno Shakespeare poteva riuscire a tenere il pubblico inchiodato alla sedia così a lungo.

Epperò, ci troviamo in uno di quei casi più unici che rari in cui il copione sembra scritto proprio dal Bardo; dall’unione del Bardo e Cechov, per essere più precisi.

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Winter Sleep è l’ultimo capolavoro del regista Nuri Bilge Ceylan, già autore di C’era una volta in Anatolia. Coprodotto da Francia, Germania e Turchia nel 2014, Winter Sleep racconta le vicende di Aydin, ex attore e proprietario di un albergo scavato nella roccia nel cuore dell’Anatolia, e della sua famiglia. Ayidin è impersonato dall’ottimo Haluk Bilginer, che con il suo sguardo saccente e i suoi modi eleganti è perfetto nel mettere in scena quest’uomo di mezza età, colto e disincantato, disinteressato delle cose del mondo e in generale di tutto ciò che è altro da lui.

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Ritiratosi a vita quasi eremitica, passa le sue giornate cercando di scrivere la storia completa del teatro turco, e non esce dal suo albergo se non per riscuotere – o meglio, far riscuotere, ché il lavoro sporco preferisce lasciarlo alla bassa manovalanza – gli affitti delle sue numerose proprietà sparse per il circondario. Temuto e inviso ai locali – emblematica la scena di un bambino che getta un sasso contro la sua macchina dopo che ha pignorato i pochi beni rimasti al padre -, disprezza profondamente tutto quanto lo circonda.

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Nulla è alla sua altezza, nemmeno la giovane moglie Nihal (Melisa Sozen), tanto bella quanto depressa: al contrario del marito, cerca di dare un senso alla sua noiosa e viziata esistenza gettandosi in campagne di volontariato nobili e completamente inutili. Qual è infatti il senso di migliorare le scuole locali, se ai genitori dei bambini più poveri viene tolta persino la casa? Incapace quanto il marito, anche se in modo diverso, di comprendere le necessità altrui, Nihal si ritrova involontariamente a fare della carità pelosa non richiesta, e per questo ancora più insopportabile. Completa il quadretto familiare Necla (Demet Akbag), sorella di Ayidin rifugiatasi nell’albergo dopo un doloroso divorzio, convinta di poter aggiustare un disastro che non è dipeso da lei.

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Winter Sleep ci parla del sonno di Aydin, amareggiato per i traguardi mancati e arrabbiato con l’umanità che tanto disprezza ma di cui non può fare a meno, e dei suoi familiari, immersi in un paesaggio innevato e surreale che attutisce l’astio di cui sono impregnate le mura dell’albergo.

Proprio il paesaggio è un altro fondamentale protagonista di questa storia: l’isolamento a cui sono costretti i protagonisti, le rocce e le colline ghiacciate, il lusso della vita di Aydin a cozzare contro la povertà estrema in cui sono piombati i suoi inquilini, tutto quanto è la cornice perfetta per questo racconto che trabocca di sentimenti diversi ed estremi.

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Non a caso in italiano è stato tradotto con Il Regno d’Inverno: il regno di Aydin, protetto ed isolato dalla neve, una gelida fortezza di libri e roccia dove estraniarsi dalle basse faccende mondane. C’è molto rancore, c’è voglia di rivalsa, c’è un amore sopito ma non ancora sepolto; e si parla, tantissimo e per tantissimo tempo, con dialoghi che sembrano presi dal miglior teatro e dai migliori romanzi russi.

Non tutti sono in grado di creare un’opera così mastodontica e così coinvolgente: Nuri Bilge Ceylan ed il suo cast ci sono riusciti, e la cosa non è passata inosservata a Cannes.

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Intendiamoci, non è un film d’azione; ma Winter Sleep è proprio la dimostrazione che, a volte, le parole possono essere più micidiali dei gesti.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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