1992: complotti e sceneggiatura all'italiana
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1992: complotti e sceneggiatura all’italiana nella Milano da bere

1992: complotti e sceneggiatura all’italiana nella Milano da bere My rating: 2.5 out of 5

#daunideadistefanoaccorsi: è questo l’hashtag che ha perseguitato il 2015, almeno sul suolo italico. Lo scorso anno infatti Stefano Accorsi ha deciso di fare il salto di qualità, e passare da belloccio della pubblicità del Maxibon a tizio-affascinante-in-crisi-di-mezza-età, a autore televisivo, e per giunta d’avanguardia: è così che è nata 1992.

Oltre che dalla fantasia di Accorsi, 1992 ha preso vita grazie ad Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo, ed ha visto la luce per merito di una coproduzione fra Wildside, Sky e La7. All’epoca bastò questo per lasciar sperare che anche per la televisione italiana fosse giunto il momento di affrancarsi dalla stucchevolezza dei vari Medici in famiglia e Don Mattei, tanto più che dopo la sua presentazione a Berlino testate come Variety e Le Monde la osannarono. Desiderio esaudito, ma solo in parte. Infatti, sebbene ci sia stato un indubbio salto di qualità rispetto a ciò a cui eravamo abituati, 1992 non riesce a scrollarsi del tutto di dosso  quella patina provinciale e sentimentalista tipica delle produzioni nostrane.

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Ma andiamo con ordine (e con qualche spoiler).

1992 narra le vicende di un anno cruciale sotto molti punti di vista: lo scoperchiamento di Tangentopoli, la fine della Prima Repubblica, l’imminente discesa in campo di Berlusconi, tanto per citarne alcuni. Protagonista assoluta è la Milano da bere, rampante e sfrenata come mai prima d’allora – e forse come mai più lo sarà.

Accanto a questa, troviamo uno Stefano Accorsi con un sorriso più sghembo del solito a impersonare Leonardo Notte, pubblicitario arrivista e dall’oscuro passato. Primo errore: possibile che per avvolgere un personaggio in un alone di mistero si debba ancora ricorrere a questi nomi evocativi? È indubbio che in questo modo ricordarli diventa più facile, ma la sensazione di essere trattati come bimbi dell’asilo non invoglia gli spettatori ad affezionarsi.

Comunque: Leonardo Notte lavora a Publitalia ’80, che all’epoca era come dire di aver trovato El Dorado – non fosse che il torbido passato di cui sopra lo perseguita nelle vesti di un poliziotto ricattatore, Rocco Venturi, al secolo Alessandro Roja. Secondo errore: nessuno dei fatti di cui è stato protagonista Notte nella sua precedente vita bolognese riuscirà ad influenzare la sua attuale scalata milanese. Allora, perché dedicare tanto spazio a una vicenda marginale, e oltretutto fastidiosamente romantica? C’era davvero bisogno della solita storia d’amore finita male?

A parziale discolpa degli sceneggiatori, si deve però ammettere che la fine poco piacevole che farà il poliziotto corrotto potrebbe rendere il nostro pubblicitario ancora più tormentato, e soprattutto ricattabile. Per il momento, rimane una questione aperta su cui potrà fare luce un eventuale seguito.

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Ma torniamo a Notte, che grazie al giro dei pubblicitari milanesi entra nelle grazie nientemeno che di Marcello Dell’Utri – un ottimo Fabrizio Contri: questi non solo lo ricopre di soldi, ma gli procura anche gli agganci giusti, fino ad arrivare ad un imprenditore milanese (impersonato da Vincenzo Schettini) basso e in doppiopetto che lo invita nella sua dimora sarda. Vi ricorda qualcuno?

Naturalmente, denaro e movida vanno a braccetto: e infatti Notte se la fa con varie ragazze, tra cui spicca Veronica Castello, una sciacquetta un po’ ingenua che ha come massima ambizione Domenica In – ah, i gloriosi Anni Novanta. E in questo caso onore a Miriam Leone, che oltre ad essere bella si dimostra anche piuttosto brava. Non così Tea Falco, sulla cui recitazione nei panni di Beatrice Mainaghi in troppi si sono scatenati – epperò fattelo un corso di dizione, Tea.

Ah, se non si fosse capito il terzo errore di 1992 è proprio Tea Falco, che qui è la figlia di un imprenditore milanese – un altro – coinvolto in loschi traffici con la mafia; quando si suiciderà – più per i debiti che per i rimorsi di coscienza – la ragazza passerà da ereditiera annoiata e decadente a spietata donna d’affari. Il passaggio non sarà solo lavorativo: parallelamente alla svolta di carriera, la Falco si getterà tra le braccia di Accorsi, piantando il duro e puro Domenico Diele: un poliziotto integerrimo che risponde al nome di Luca Pastore e più che mai determinato ad andare a fondo nei traffici di Mainaghi, anche se per ragioni più personali che etiche.

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Ma Pastore non è l’unico ad indagare: accanto a lui c’è Giulia Castello (Elena Radonicich), sorella più bruttina e più sveglia di Veronica, professione giornalista. Qui si potrebbe aprire l’eterno dibattito sul perché cervello debba necessariamente far rima con naso grosso e capelli alla mocio Vileda, ma soprassederemo.

Dulcis in fundo, il capo di Pastore: un giovane Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi), decisamente più carismatico rispetto all’originale, e indaffaratissimo a far uscire allo scoperto tutto il marcio della politica meneghina ed italiana. E a proposito di Italia, non poteva mancare un accenno all’altro astro nascente di quegli anni, un astro nato sulle rive del Po ma trasferitosi ben presto nella capitale: stiamo parlando della Lega di Umberto Bossi, e delle sue giovani reclute non proprio ortodosse, tra cui spicca tale Pietro Bosco, impersonato da un più che convincente Guido Caprino: politico per caso, oscillerà sempre fra devozione agli ex commilitoni e opportunismo da piena Prima Repubblica.

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1992 ha il merito di aver creato un primo scollamento dalle tradizionali serie italiane: meno buoni sentimenti e più cinismo, meno famiglie e più familiarismo, meno finali lieti e più finali aperti. E tuttavia, se davvero verranno girati i seguiti, rispettivamente 1993 e 1994, le migliorie potranno essere parecchie: meno spazio al côté amoroso e più a quello storico, tanto per dirne una, oltre ad un maggiore approfondimento della psicologia di alcuni personaggi spesso troppo stereotipati – un pubblicitario senza scrupoli ed un’aspirante soubrette, seriously?

Notevoli invece gli intrecci fra i vari protagonisti, così come i filmati d’epoca ed i riferimenti alla cultura pop di quel periodo: Domenica In, ma soprattutto Non è la Rai, vero apripista del futuro successo dei programmi Mediaset. Perché con il 1992 sarà pure caduta la Prima Repubblica, ma solamente dalle parti di Publitalia avevano capito che il seguito non sarebbe stato altro che “un salvataggio della Repubblica delle Banane”.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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