Serie TV

THE PUNISHER, MARVEL/NETFLIX COLPISCE ANCORA?

 

Qua, col compagno di merende Devil.

Un anno dopo la sua prima comparsa nell’universo televisivo Marvel/Netflix, torna sulla piattaforma on-line Jon Bernthal nei panni di Frank Castle, the Punisher. Personaggio creato nel 1974 da Gerry Conway, Ross Andru e John Romita Sr., già presente nella seconda stagione di Daredevil, il Punitore prosegue il suo percorso di antieroe in un ciclo di 13 puntate che vanno a scavare nella psiche del marine reduce dell’Afghanistan, il quale dovrà affrontare ancora una volta gli spettri di un passato violento, tornati a tormentarlo. L’intera stagione gira attorno ad un omicidio (già citato dal colonnello Schoonover nel finale della seconda stagione di Daredevil ), avvenuto a Kandahar in Afghanistan e perpetrato da uno squadrone della morte speciale del quale facevano parte, oltre che il Punitore, anche Billy Russo (un ottimo Ben Barnes) e Curtis Hoyle, due personaggi ricorrenti nella serie e compagni d’arme di Frank. Il tutto viene messo in moto da un cd contenente il video dell’omicidio recapitato da un misterioso hacker di nome Micro (cd anch’esso già presente nella puntata finale della seconda stagione di Daredevil) all’agente dell’Homeland Security Dinah Madani, la quale, cominciando ad indagare, si troverà obbligata ad intrecciare la propria indagine con la ricerca di vendetta del Punitore.

IL TEMA PORTANTE DELLA STAGIONE È LA PERDITA.

Qui, durante una sessione di birdwatching con l’amico Micro.

Così per Frank come anche per i comprimari, ogni personaggio ha perso o sta per perdere qualcosa. La maggior parte dei protagonisti secondari sembra essere una diversa declinazione del concetto di perdita in relazione al Punitore. Micro, che collabora col protagonista per tornare ad abbracciare la propria famiglia, non è altro che il padre ed il marito che Castle non può più essere, ad un passo dal dover condividere il suo stesso destino. Lewis Walcott, un giovane reduce che si sente tradito dalla propria nazione, perde il senso del suo sacrificio al fronte in un’America post crisi, dove la mancanza di controllo sulla propria vita e sugli eventi lo porta ad imbracciare, come Frank, il fucile ed a trasformare la propria patria in zona di guerra. Diventerà, però, il terrorista che il Punitore non è mai voluto essere. Infine, colui che diventerà Mosaico (nemesi ricorrente nei fumetti). Un uomo che non ha mai avuto affetti da perdere in contrapposizione a Castle che non ne ha più, proprio a causa sua. In questo ecosistema di persone a metà, sono le scelte a delineare quello che i personaggi vogliono diventare. Non più padre né marito, non più marine. Al Punitore tutte le strutture sociali sulle quali aveva costruito la sua esistenza sono state portate via, lasciando allo scoperto solo rabbia e desiderio di vendetta. Spogliato di qualsivoglia maschera da vestire, torna ad indossare il giubbotto marchiato col teschio per fare ciò che gli riesce meglio: punire.

Le scene in cui sfoggia l’iconico simbolo sono le migliori della stagione, grazie soprattutto ad un Jon Bernthal in parte, che tra un grugnito ed una smorfia riesce ad imprimere la ferocia di cui il personaggio ha bisogno. I combattimenti sono brutali, come in Daredevil, ma lontani dalle coreografie acrobatiche alle quali ci ha abituato il diavolo di Hell’s Kitchen; i colpi sono estremamente funzionali, calcolati al millimetro dalla macchina da guerra che Frank diventa una volta messi i panni del Punitore. Ogni colpo inferto equivale ad una punizione con dei picchi di violenza mai raggiunti dalle altre serie televisive Marvel.

L’agente Madani interroga Stein sulla sua inutilità dopo 3 episodi.

Purtroppo molti sono gli spunti che la serie non riesce a sviluppare; il personaggio dell’agente Madani (donna musulmana all’interno dell’Homeland Security) da possibile innesco per un ragionamento sull’identificazione nei valori americani a prescindere dalla religione diventa un personaggio in balia degli eventi, travolta dalla scia di violenza che accompagna il Punitore. È un peccato, anche, che sia rimasta solo nelle intenzioni una riflessione (accennata durante una riunione del gruppo di auto aiuto dei reduci) sull’americano medio bianco che, dopo la crisi del decennio scorso, sente messi in discussione i valori patriottici sui quali l’America poggia, a partire dal secondo emendamento, cadendo in un vortice di rabbia e disaffezione nei confronti dello stato. La serie si sofferma forse troppo sulla psicologia di Frank che appare già ben delineata dopo poche puntate e che, in tutta franchezza, non sembra necessitare di un così lungo approfondimento.

Come per tutte le altre serie Marvel/Netflix la lunghezza di 13 episodi pare eccessiva, l’inizio risulta soporifero, il ritmo è lento anche se indirizzato verso un crescendo che trova le ultime quattro puntate in grado di salvare la serie lasciando un buon sapore in bocca e la voglia di vedere di più in azione Bernthal nel ruolo del Punitore.

Il grande pregio della prima stagione di The Punisher è senz’altro quello di restituire un ritratto che rende giustizia al personaggio cartaceo, con un Jon Bernthal in ottima forma che nelle sue parti migliori si avvicina ai prodotti di punta della casa delle idee su Netflix. Dopo tre serie sottotono come Luke Cage, Iron Fist e Defenders, la prima stagione sul Punitore riporta sullo schermo un personaggio carismatico, che non sfigura affianco a Jessica Jones e Daredevil, in un mondo forgiato dalla violenza dove l’unico modo per non sentire il dolore è continuare a punire.

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Nato alle pendici delle Dolomiti e studente di Psicologia. Appassionato in primo luogo di divani e di conseguenza poi della settima arte, tra un tiro a canestro e un film di Terry Gilliam, passo le mie giornate ad aspettare la lettera di ammissione ad Hogwarts che si sa che i gufi non funzionano più come quelli di una volta.

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