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The Office, ovvero come sopravvivere e ridere delle vostre otto ore quotidiane

The Office, ovvero come sopravvivere e ridere delle vostre otto ore quotidiane My rating: 4 out of 5

Premessa: nonostante il binge watching compulsivo non ho ancora terminato l’immersione in The Office. Esco ora dai sei episodi della prima stagione, per l’esattezza. Eppure, con la Dunder Mifflin è stato amore a prima vista: perché è un concentrato dei tic, delle nevrosi e delle idiosincrasie con cui siamo costretti a scontrarci quotidianamente se vogliamo pagare le bollette e concederci qualche sporadico sfizio.

Cominciamo dagli esordi: sebbene The Office sia stato originariamente girato in Gran Bretagna tra il 2001 e il 2003 per lady BBC, è stato con il remake statunitense che ha raggiunto una fama mondiale: sarà merito del faccione di Steve Carrell, delle psicosi di Rainn Wilson o delle battute su tasse e assicurazione sanitaria impensabili nel Vecchio Mondo, fatto sta che le mini puntate da venti minuti ciascuna sono diventate un cult, tanto da farne nove stagioni per un totale di duecentouno episodi fra il 2005 e il 2013.

A questo punto vi starete chiedendo che cos’è la Dunder Miffin, e perché faccia così ridere. Di per sé, un’azienda che vende vari tipi di carta sembra entusiasmante quanto la programmazione pomeridiana delle reti Mediaset; ma non così i suoi piccoli schiavetti. A cominciare dal capo, o presunto tale, Michael Scott, interpretato appunto da Steve Carrell: prototipo del sogno americano riuscito male, carrierista ma incapace, desideroso di essere amico dei suoi dipendenti, cosa agghiacciante e ancora troppo spesso tentata nella realtà con risultati a dir poco grotteschi, convinto di essere un mago dell’ironia quando il repertorio delle sue battute è fermo agli Anni Venti. Subito a seguire, Dwight Schrute (Rainn Wilson), autoproclamatosi vice direttore della filiale, con la tipica aria da elettore di Trump, la guida del piccolo manager nascosta in un cassetto e probabilmente qualche cadavere in cantina. E poi Ryan, Jan, Stanley, Kevin, Meredith e chi più ne ha più ne metta: tutti impiegatucci di mezza età, tutti più o meno bruttini, tutti più o meno banali, tutti più o meno tristi.

Per fortuna che, proprio come nella realtà, in mezzo a questo zoo spicca qualche essere dotato di sinapsi: Jim e Pam, per la precisione. Jim (John Krasinski) è un venditore molto poco dedito, belloccio, brillante e sempre pronto a bullizzare Dwight – e come dargli torto? -, mentre Pam (Jenna Fischer) fa la centralinista, sta con Roy (David Denman), magazziniere buzzurro e geloso, ma vorrebbe dedicarsi all’arte. Indovinate? Tra i due c’è qualcosa di più di una semplice simpatia, solo che loro ancora non lo sanno.

A studiare questa fauna, una telecamera che si muove come in un documentario, osservando le dinamiche della jungla e intervistando predatori (pcohi) e prede (molti) come se fossero in un reality.

The Office non ha bisogno di risate registrate: perché è talmente cinico e caustico e talmente veritiero da far scompisciare, e accapponare la pelle, senza bisogno d’altro. Dall’interinale che viene quotidianamente apostrofato con “temporaneo” e che chiede se può farsi rimborsare il tempo speso in una partita di basket fra colleghi – ah, le magie del team building -, alle lezioni su come evitare di essere razzisti, fino alle terrificanti feste di compleanno tra le scrivanie: tutto è una caricatura di quanto ci troviamo di fronte ogni giorno. The Office è come uno specchio deformante: diverte, impressiona, ingigantisce, e ogni tanto spaventa. Perché la vita da ufficio reale non è poi tanto distante da  tutto questo.

Tra le innumerevoli frasi degne di essere ricordate ne spiccano un paio di Jim, che sto eleggendo a mio alter-ego: “Se dovessero licenziarmi cosa me ne faccio di tutte le informazioni inutili che ho accumulato nel cervello?”. Ma soprattutto: “Questo per me è un lavoro normale; se dovessi avanzare di livello si trasformerebbe in una carriera, e piuttosto che fare una carriera qui dentro, beh, preferirei buttarmi sotto a un treno”. Da stampare in più copie, appendere per tutte le bacheche e distribuire ad ogni riunione del vostro personalissimo The Office, per smorzare gli entusiasmi e le ansie del Michael di turno. E mentre voi vi dedicate anima e corpo alla fotocopiatrice, vogliate scusarmi, ma la seconda stagione mi chiama.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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