Serie TV

A Very English Scandal: niente sesso, siamo inglesi. E gay. Nei Sixties.

L’Inghilterra, che grande paese: dove negli Anni Sessanta Mary Quant inventa la minigonna, uno dei pochi contributi a livello estetico che possono vantare gli inglesi, ma in cui nello stesso periodo l’omosessualità è ancora vista come qualcosa di disdicevole – pardon, ILLEGALE. Ah, e che di recente si sta dilettando con frontiere chiuse e affini, ma questa è un’altra storia. Per il momento concentriamoci su una delle pruderie che ha elettrizzato il popolo britannico dal 1976 al 1979 suppergiù, ma che vede i suoi protagonisti impegnati con questioni di lenzuola per quasi un ventennio: A Very English Scandal, e mai titolo fu più azzeccato.

Tratto dall’omonimo romanzo di John Preston, ideato da Russell T. Davies e diretto da Stephen Frears nel 2018 dalla BBC – poi prontamente acquisito da Amazon Prime –, A Very English Scandal racconta degli intrallazzi di Jeremy Thorpe, membro di spicco del partito laburista. Di uno in particolare: quello con Norman Josiffe, al secolo Norman Scott, iniziato nel 1961, proseguito fra alti e bassi per anni, poi interrotto dal politico, comprensibilmente un po’ stufo di avere a che fare con un nullatenente, potenziale alcolizzato, e ossessionato dalla polizza assicurativa nazionale; cosa anche questa abbastanza comprensibile, se non ce l’hai. Tra ricatti neanche troppo avidi, maldestri tentativi di omicidio e meschini giochetti di potere, la liaison ci accompagnerà in quindici anni di cambiamenti epocali, per il Regno Unito e non solo.

Gran parte della riuscita de A Very English Scandal la si deve ai suoi protagonisti: Ben Whishaw è perfetto nei panni del ragazzino isterico, ambizioso e inconcludente, ma in qualche modo capace di incantare chiunque incontri; un campagnolo venuto dal nulla, che però già incarna tutto lo charme e la leggerezza della Swinging London. E chi potrebbe interpretare il tipico ex alunno di Oxbridge, spigliato, noncurante e sempre impeccabile? Ma certo, ladies and gentlemen: sua maestà Hugh Grant, uno dei pochi che più acquista chili e anni e più ne guadagna in fascino. Transitato recentemente sui piccoli e (si fa per dire) grandi schermi rispettivamente con The Undoing e The Gentlemen, con A Very English Scandal fa quello che gli riesce meglio: la canaglia, neanche troppo simpatica, ma innegabilmente irresistibile. E si diverte, soprattutto; un po’ come nella vita.

A far loro da contorno un cast di tutto rispetto: Alex Jennings è Peter Bessell, migliore amico, braccio destro e in qualche modo coscienza di Thorpe; Jonathan Hyde è David Napley, formidabile avvocato di Thorpe dai trascorsi non proprio cristallini e proprio per questo utilissimi; e Monica Dolan è Marion Thorpe, seconda moglie del politico, perfetta per fare da contraltare a quel mondo inglese che sta cambiando così rapidamente.

 

Perché A Very English Scandal è una storia avvincente, una grande prova di recitazione, ed anche un buon mix di thriller, politica e sense of homour, ché dopotutto siamo pur sempre inglesi; ma è soprattutto un affresco di quanto il mondo cambiò in quegli anni. Norman e i suoi amici sono squattrinati, inaffidabili, pieni di vita, sempre pronti a bere e ballare; Thorpe e il suo entourage sono educati, compassati, inappuntabili in ogni occasione, e sempre meno al passo con i tempi. Non è un caso se Napley durante il processo, nella terza e ultima strabiliante puntata, consiglia a Thorpe di non parlare in aula, perché risulterebbe tremendamente antiquato rispetto a Scott; che con due battute riesce a deliziare tutti, e poco conta ciò che diranno giudice e giuria. Basta guardare i loro vestiti: Norman &co. fanno servizi di moda, indossano pantaloni a zampa e giacche di pelle striminzite; Thorpe e gli altri completi di tweed, gemelli abbinati e, per le donne, calze color carne. Vivono negli stessi anni, ma sembra che ci sia mezzo secolo a separarli.

A Very English Scandal è un delizioso assaggio dell’Inghilterra del secolo scorso: un miscuglio incredibile di avanguardia e tradizione, balzi sociali e civili e orpelli del passato. E qualche inquadratura particolarmente riuscita vi catapulterà all’istante al Temple o in un pub gallese, che di questi tempi non fa male.

Francesca Berneri

Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

Related Articles

Back to top button