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Serie TV

After Life, ovvero lo humour nero catartico necessario ad apprezzare la vita

After Life, ovvero lo humour nero catartico necessario ad apprezzare la vita My rating: 5 out of 5

Ho sempre provato un’attrazione fatale nei confronti di Ricky Gervais, fin dal giorno in cui l’ho conosciuto (ahimè solo figuratamente, lui è troppo ricco per me…). Sono letteralmente diventato folle a furia di guardare quel cazzo di capolavoro che è Humanity (se non lo avete ancora visto, fatelo, lo dico per voi), uno show che mi ha letteralmente aperto gli occhi, dato nuove visioni, fatto disprezzare l’umanità, ma hey!, ridendo. Immaginate cosa è successo nel mio cervello quando ho scoperto After Life.

Per questo oggi sono qui. Non so se tutti sapete di cosa sto parlando: io per esempio non avevo nessuna idea dell’esistenza di questa serie, l’ho scoperta per caso zappando su Netflix. Anyway. After Life è una nuova serie Netflix scritta, diretta e prodotta da Ricky Gervais. Oh, sì, lo so: orgasmi multipli. Inutile che ve lo dica: capolavoro.

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Prima di iniziare volevo avvisare che ci saranno spoiler sparsi qua e là, ma sinceramente non credo dobbiate esserne spaventati: sono pochi, non troppo rilevanti e comunque la trama non è che abbia giganteschi colpi di scena. In sostanza non vi rovinerò la visione. E tutto questo lo faccio per voi!

Contestualizziamo…

Cos’è After Life? Sostanzialmente una sitcom. Tre location per circa tutta la serie, situazioni di dialogo e personaggi fissi che ritornano in ogni episodio. Ovviamente il protagonista è il nostro Ricky (Tony nella serie) e l’incipit è quello di un uomo che ha appena perso sua moglie per un cancro. Tutta la questione ruota quindi attorno al modo in cui Tony reagisce a questa perdita. E siccome la serie è scritta da Gervais, dovreste più o meno aspettarvi in che modo reagirà…

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Humour nero

After Life è per la maggior parte impostata come una comedy-drama: i temi trattati sono molto seri, ma narrati e affrontati con piglio comico. La peculiarità ovviamente risiede in Gervais, che non è capace di fare commedia politicamente corretta (per fortuna), e quindi non risparmia niente a nessuno. Essendo il suo personaggio un uomo senza più voglia di vivere, egli si permette di fare e dire tutto quello che vuole a chiunque.

La peculiarità è allo stesso tempo anche una piccola pecca però. Sì, perché la comicità funziona, è brillante e contemporanea come ti aspetteresti da Gervais, però il suo personaggio è troppo se stesso. Mi spiego meglio: praticamente Gervais ha preso il suo personaggio di comico, l’ha scritturato e ne ha fatto un personaggio televisivo che è sostanzialmente identico al se stesso degli stand-up. E a noi piace tantissimo il Gervais degli stand-up, però ecco, toglie un po’ di originalità al suo personaggio e guadagna in prevedibilità sulle battute in arrivo.

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Caratterizzazione

Anche qui pregi e difetti. Notate bene che quando parlo di difetti sono cosucce, piccole cose che si sarebbero potute perfezionare diversamente e che quindi lasciano un po’ quel gne, ma non sono assolutamente elementi che sminuiscono la serie.

Il personaggio di Tony è dotato di una profondità incredibile, che va al di là del personaggio Gervais. La sola intuizione di inventarsi un uomo solo, appena rimasto solo e quindi sconvolto da un amore che voleva durasse per sempre, dà spazio ad una serie di riflessioni sul senso della vita e su come questa andrebbe vissuta.

Poi è chiaro che Gervais è geniale e quindi la sua riflessione è estremamente contemporanea. Un uomo che, perso il suo piccolo angolo di paradiso, si trova a doversi confrontare con quella che è davvero la vita oggi: ipertecnologizzata, piena di pregiudizi, veloce, cinica… La risposta di Tony è escludersi da tutto ciò, ma anche questo è un elemento che fa scaturire la riflessione, ‘stavolta, sul valore della vita.

Questa grande attenzione per il protagonista inevitabilmente svilisce la profondità degli altri personaggi, che restano tendenzialmente inesplorati o esplorati solo al punto che serve per approfondire il protagonista. Ciò non significa che i personaggi secondari non abbiano profondità o non siano interessanti, significa semplicemente che sono scritturati per essere “emanazioni” del protagonista, e quindi funzionali a esso.

Eh Ricky, tu e la tua megalomania.

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Struttura

Ok, forse qui sta la pecca più evidente della serie. La struttura è la classica in cui il protagonista prima è uno stronzo infame, poi diventa una brava persona. Per fortuna che After Life non lascia niente al caso: in realtà la trasformazione di Tony è completamente sensata e non è un perbenismo inutile, che tra l’altro cozzerebbe malissimo con la figura di Gervais.

Quello che la serie vuole farci capire è che in realtà Tony è sempre stato buono: un uomo allegro, divertente, capace di fare del bene agli altri senza neanche rendersene conto. Poi sì, è vero che talvolta la retorica in questo senso è un po’ banalotta, quella cosa da “minchia che stronzo, ma in fondo lo sappiamo che non lo fa apposta”. Ma After Life sembra dotata di una sorta di aura che dona ad ogni sua immagine o frase un tocco troppo – in senso buono –  dolce e drammatico allo stesso tempo. Quindi forse poi così banalotta non è…

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Il “problema” Gervais

Certo che se Gervais è un problema stiamo a cavallo. In ogni caso, cosa intendo. Gervais è un personaggio ingombrante senza ombra di dubbio e nel corso degli anni è diventato quasi stilizzato nel suo modo di fare e di approcciarsi alla comicità. Questo lo rende veramente unico, ma a volte ostile, in molteplici sensi. Ostile verso il pubblico, ostile perché spesso difficile da digerire, ma soprattutto ostile perché sembra quasi non possa staccarsi dal suo personaggio.

Avete mai provato a guardare un film o un qualcosa in cui Gervais non interpreta la parte di se stesso? Non è troppo strano? Non so, magari sono io, ma mi pare che Gervais funzioni davvero bene nel ruolo di un personaggio solo quando quel personaggio è il ricalco di se stesso. L’esempio lampante è The Office, quello originale, non il remake americano. La stessa cosa accade in After Life: il personaggio di Gervais è eccezionale, ma è fondamentalmente se stesso. Come quando si ricalcavano i disegni sulla carta velina.

Ovviamente questo influisce anche sulla sua recitazione, anche se non è essenzialmente un problema suo. Quello che voglio dire è che il buon Ricky è decisamente più credibile quando nella sua recitazione riconosciamo se stesso, mentre quando il suo personaggio ha caratteristiche proprie siamo straniati. Ripeto, questo non perché sia un attore di merda, ma perché il suo personaggio è talmente ingombrante da ricondurci automaticamente a quell’aspettativa. Tipo Daniel Radcliffe che non interpreta Harry Potter, con la differenza che lui lo è, un attore di merda.

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After Life, sì, ma in che senso?

La serie andrebbe vista per una sfilza di motivi infinita, ma il principale è la genuinità dell’insegnamento. Gervais si colloca in proseguimento alla sua poetica nata e sviluppatasi in Humanity, la quale esprime un disprezzo accesissimo nei confronti della razza umana. Ma Humanity si chiudeva con una sorta di speranza, uno strano alone di moralità che Gervais si era lasciato dietro abbandonando il palco.

Questi elementi ritornano in After Life: anche qui viene espresso in vario modo il disprezzo per l’umanità, ma in sottofondo aleggia sempre un senso di insoddisfazione, di occasione mancata, di “ma io che ci faccio qui?” E da qui scaturisce il messaggio fondamentale della serie: imparate ad apprezzare la vostra vita, perché è la cosa più preziosa che avete, ed è bella, anche se fa cagare.

C’è una frase pronunciata da Tony che mi è rimasta particolarmente impressa, o meglio non la frase, ma il suo senso. Tony a un certo punto dice che il fatto che dopo la morte non c’è nulla è strabiliante, perché è proprio questo che rende speciale la vita. La sostanza è: goditi con passione ogni momento, perché è tuo ed è irripetibile; ed è speciale proprio per la sua irripetibilità.

Sarà un messaggio banale? Può anche essere, ma il modo in cui me lo hanno detto Ricky Gervais e After Life è stato capace di farmi ridere e piangere in un episodio solo. E ha lasciato un segno indelebile dentro di me. Parentesi intimista chiusa. Quello che voglio dire è che non conta tanto cosa dici – viviamo nel mondo del già tutto detto e già tutto fatto, la creatività dove la mettiamo? – ma come lo dici e soprattutto perché. E Gervais sarà politicamente scorretto quanto volete, ma è così che i suoi perché diventano fiamme nel cuore.

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Un paesaggio in ombra e una luce calante che getta tenebra su una figura defilata. Un poco inutile descrivere chi o cosa sono io se poi ognuno di voi mi percepirà in modo diverso, non trovate?

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