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American Gods 2 – Episodi 3 e 4: bipolarismo e occasioni mancate

American Gods sta forse giocando con i suoi spettatori una subdola partita mettendo alla prova la loro fede. Dopo i primi due episodi equilibrati, abbastanza ritmati ma ancora non del tutto sbocciati, la corsa continua con questo terzo e quarto episodio, che sono in definitiva la riprova di una certa bipolarità che serpeggia in questa seconda stagione.

Il terzo episodio è perfetto quanto il quarto manca di entusiasmo.

Di nuovo, andiamo con ordine.

Il terzo episodio Muninn (memoria, corvo di Odino) si posiziona in mezzo ai fasti della stagione passata. A livello di ritmo e contenuto è un episodio di American Gods perfetto, un po’ il tipico compito portato a casa senza grossi voli pindarici, certo, ma comunque un’ottima prova.

Da una parte Shadow si muove in verticale in una nuova sequenza on the road, questa volta accompagnato da Sam Black Crow, episodio che si incastra molto bene all’interno del resto della puntata. Dall’altra parte Wednesday e Laura sono sulle tracce di Argus: qui la faccenda è parecchio interessante.

Si tratta non solo dello scopo della loro missione, ma delle vere fattezze di Argus Panoptes, non presente nel romanzo tra le altre cose. La neutralità del personaggio (Argus infatti non gioca per nessuno dei due schieramenti) lo rende un ibrido. È certamente uno dei Vecchi Dei ma la sua funzione di “macchina” lo ha portato ad assumere una forma più simile a quella dei Nuovi. Il legame che si crea tra Argus e Laura è ugualmente interessante, essendo entrambi revenant. Forse la partita viene giocata un po’ troppo in fretta, ma il risultato è comunque appagante.

In generale Muninn funziona perché come sempre non spiega niente, anzi, manomette ancora una volta la bussola dello spettatore, ma diverte e tiene in piedi il folle impianto di Gaiman tra esplosioni e giochetti verbali.

Il quarto episodio invece, The Greatest Story Ever Told presenta grossi difetti e per adesso è certamente il peggior episodio della stagione, o almeno quello giocato peggio visto il contenuto. L’inizio è praticamente perfetto; riprendendo gli intro della prima stagione questa volta ci viene presentata la nascita di una divinità, tuttavia la divinità in questione è uno dei Nuovi Dei, Technical Boy. Un Somewhere in America curatissimo e dettagliato. Le vicende si intrecciano dando alla puntata una buona struttura che però manca completamente di ritmo.

Da una parte Wednesday e Shadow di nuovo insieme si mettono sulle tracce di Money, altra divinità da portare dalla loro parte. Technical Boy e New Media devono trovare un sostituto ad Argus e questo li porterà proprio verso la genesi di Tech Boy, il ragazzo che abbiamo incontrato a inizio puntata. Nel mezzo delle due fazioni sta un incontro tra Nancy, Bilquis e Ibis, animato da un bel monologo di Nancy.

Tutto bello, ma dopo un episodio come Muninn dovevamo andare ancora avanti. Un altro passo almeno. Invece questo quarto episodio lascia American Gods a stagnarsi in lungaggini che appiattiscono tutto il dinamismo possibile. Tante piacevolezze, come William Sanderson nel ruolo di Money, si perdono e si annacquano nel mezzo a scene lunghissime che non portano da nessuna parte. Certo, altre congetture serpeggiano, come il destino di Tech Boy, che è un altra questione ben spesa della puntata: il suo fallimento è incarnato dalla sua obsolescenza. Probabile che adesso verrà “aggiornato” da Mr. World. È interessante il fatto che Technical Boy aveva già cambiato aspetto rispetto al romanzo e che adesso lo cambierà di nuovo. Affiancato da New Media dovrà assumere una forma più completa e attuale a quel tipo di divinità che deve incarnare (punto a favore dei Nuovi Dei, certo soffriranno di obsolescenza, ma non verranno mai relegati ai margini della società).

Della puntata se ne può parlare parecchio, sviscerarla e riuscire ad apprezzarla, ma la sua visione è stata lunghissima e poco piacevole. In realtà speravo che un certo tipo di incontro all’interno della puntata offrisse qualche indizio in più (chi ha letto il libro sa), eppure l’occasione è sfumata.

Di certo non sono nel gruppo che dà American Gods per spacciato. Per adesso, a metà stagione, credo che le questioni da sbrogliare siano diverse e che purtroppo alcune scelte si siano perse in grossi tagli alla sceneggiatura o in scene lasciate per strada. Una parte di me, quella non infastidita dall’episodio 4, crede che sarà uno di quelli che guarderemo di nuovo quando la serie sarà terminata.

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Classe '91. Pur avendo studiato Beni Culturali ed editing credo di saperne di più sui viaggi nel tempo e sulle zone infestate. Leggo un sacco di libri e cerco sempre di avere ragione, bevo tanto caffè, e provo piacere nell'essere un’insopportabile so-tutto-io. Per intrattenervi posso recitare diversi sketch dei Monthy Python.

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