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Angels in America: risate e vette di kitsch tra AIDS, drag queen e politica

Angels in America: risate e vette di kitsch tra AIDS, drag queen e politica My rating: 5 out of 5

L’altro giorno mi stavo avventurando nelle stagioni teatrali milanesi prossime venture e mi è caduto l’occhio su una cosa mastodontica, almeno sul fronte della durata: Angels in America, circa sette ore di delirio su AIDS, gay, Anni Ottanta e politica nel nuovo mondo. Il dibattito se fosse il caso di investire o meno una mezza giornata della propria vita in una cosa del genere si è fatto sempre più acceso, finché è arrivata l’illuminazione: nel 2003 Tony Kushner, già autore dell’opera teatrale, ha riadattato le sue parole e ne ha tratto, insieme con il regista Mike Nichols, una serie in sei episodi per HBO. Quale miglior modo per farsi un’idea più chiara che non calarsi una bella maratona in due serate?

Complice un cast di tutto rispetto dentro lo schermo e una calura insopportabile fuori, mi sono lanciata nell’impresa. Ebbene: su quello che accadrà sul palcoscenico vi saprò dire fra qualche mese, ma Angels in America versione tv va vista assolutamente. È esattamente quello che vi immaginate quando sentite parlare di AIDS – pianti, lacrime, sangue e fatalismo; ma è anche una lunghissima barzelletta yddish; e pure un party di drag queen luccicante, eccessivo ed ironico. Riderete, vi commuoverete, vi indignerete, vi lancerete in discussioni politico-filosofiche senza che nemmeno ve ne accorgiate.

Angels in America consta di due parti, a loro volta suddivise in tre capitoli l’una: Millennium Approaches e Perestroika, rispettivamente. Nella prima c’è tutto il fremito e il timore del Duemila che avanza lento e inesorabile: siamo a New York, è il 1985, e l’AIDS sta falcidiando schiere e schiere di persone. È la peste del ventesimo secolo, e il bel Prior Walter (Justin Kirk) non ne è rimasto immune: e quale migliore occasione di annunciarlo al fidanzato Louis (Ben Shenkman) che il funerale ebreo della nonna di quest’ultimo? Primi pianti e prime risate sin dall’inizio, dunque, e non ultimo perché nel ruolo dell’anziano e intransigente rabbino compare nientemeno che Meryl Streep con una barba posticcia.

Nel frattempo, il tanto promettente quanto ingenuo avvocato mormone Joe (Patrick Wilson) si barcamena tra un mentore un po’ troppo istrionico che vorrebbe mandarlo a Washington e una moglie insoddisfatta. E a ragione: perché il tanto rispettabile maritino sotto alle coperte è un po’ assente, e preferisce farsi lunghe passeggiate notturne a Central Park, che per chi non lo sapesse in quegli anni equivaleva ad infilarsi in un gay pride in costume adamitico. Nota a margine: la moglie Harper è interpretata da Mary-Louise Parker, mentre, tenetevi forte, il super avvocato azzeccagarbugli Roy è nientemeno che Al Pacino, che dire che gigioneggia è riduttivo; i suoi monologhi – praticamente fa solo quelli – da soli valgono tutto Angels in America.

Louis non riesce a sopportare la malattia di Prior, lo lascia ma finisce per stare peggio; Harper ingolla Valium come fossero caramelle mentre Joe cerca invano di mantenere una condotta esemplare; e quando all’odioso Roy viene diagnosticato l’AIDS, e la ragione non può essere che quella a cui tutti state pensando, lui ribatte serafico che non è gay, perché gay è sinonimo di minoranza, di debolezza, di subordinazione; lui è il più potente tra i potenti di tutti gli Stati Uniti, e pertanto per il mondo resta un etero con un cancro al fegato. L’ho già detto che Al Pacino con questa serie si supera, vero?

A fare da contorno Belize (Jeffrey Wright), infermiere nero ed ex drag queen dalle battute fulminanti, una dolce infermiera che ha anche le fattezze di un sensualissimo e tracotante Angelo dell’America – una Emma Thompson inedita –, la madre di Joe, mormona religiosissima quanto all’apparenza spietata alias Meryl Streep, e last but not least il fantasma di Ethel Rosenberg, presunta spia comunista nella cui condanna a morte Roy ha avuto un certo peso, alias sempre Meryl Streep.

Con Perestroika il racconto prosegue sugli stessi toni, ma appunto, come dice il nome, chiaro riferimento agli eventi internazionali che stavano accadendo in quegli anni, c’è un tentativo di ricostruzione: il mondo galoppa in avanti, il progresso è inevitabile, ma passata la buriana tutti quanti staranno meglio. Si intravede quella speranza da Anni Novanta, quel desiderio di fine della storia à la Fukuyama che all’epoca sembrava davvero possibile. Che poi sia anche la sorte dei nostri protagonisti, lascio a voi scoprirlo.

Angels in America è sopra le righe, raggiunge vette di trash impagabili – l’amplesso con il messaggero divino o le visioni sberluccicanti di Harper e Prior sono l’apoteosi del kitsch –, affronta malattia, razzismo, religioni e democrazia con dei dialoghi tanto improbabili quanto riusciti, e allo stesso tempo riesce ad essere un affresco di quell’America borghese e meschina in ogni sua sfaccettatura, dalla casalinga disperata alla madre che nega l’evidenza all’avvocato gay, ma anche repubblicano e xenofobo. Una cosa unica nel suo genere, da vedere per provare in poche ore tutte le sensazioni possibili.

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Classe 1990, internazionalista di professione e giornalista per passione, si laurea nel 2014 saltellando tra Pavia, Pechino e Bordeaux, dove impara ad affrontare ombre e nebbia, temperature tropicali e acquazzoni improvvisi. Ama l'arte, i viaggi, la letteratura, l'arte e guess what?, il cinema; si diletta di fotografia, e per dirla con Steve McCurry vorrebbe riuscire ad essere "part of the conversation".

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