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Avatar – La leggenda di Aang: tenuti in ostaggio da una serie animata

Avatar – La leggenda di Aang: tenuti in ostaggio da una serie animata My rating: 3 out of 5

Una sera, dopo aver terminato un film, ci siamo detti: recuperiamo Avatar – La leggenda di Aang (Avatar: The Last Airbender). Una serie animata, per allentare il clima dopo aver recuperato alcuni film candidati agli Oscar magari. Sì, perché non so di preciso quanto ci abbiamo messo a terminare le tre stagioni di Avatar, ma in generale la durata percepita è stata di dodici anni ad Azkaban.
Ora, prima che qualcuno si offenda: malgrado l’inizio tra me e Avatar Aang non sia stato dei migliori alla fine la serie mi è piaciuta, malgrado a mio parere risenta più di molte altre il passare del tempo.
Avatar infatti è una serie che ha compiuto, in questo 2020, quindici anni dalla prima messa in onda su Nickelodeon, concludendosi, dopo aver raggiunto ben sessantuno episodi, nel 2008.
Dal 2012 al 2014 è stato trasmesso un sequel, La leggenda di Korra. Il sequel non è ancora possibile recuperarlo, ma trovate Avatar Aang su Netflix.

Recuperarla richiede del tempo e un bel po’ di pazienza visto che, come ho anticipato sopra, secondo me la serie risente molto del passaggio di questi quindici anni; malgrado l’accurata cornice narrativa e i buoni personaggi in certi episodi, in determinati rallentamenti è troppo evidente il confine ancora distinto, tra serie per bambini che cerca di travalicare i suoi limiti. La questione, ad oggi, è ancora più chiara visto che questa è stata sicuramente una delle prime serie a pensare di sconfinare, rendendosi un ottimo prodotto anche per gli adulti.

In tre stagioni, o meglio Libri, corrispondenti agli elementi acqua, terra e fuoco, ci vengono narrate le vicende di Aang, l’ultima reincarnazione dell’Avatar, un concetto ripreso, come molto altro vedremo, dalla cultura orientale, in questo caso dal concetto induista dell’Avatara, ovvero la forma fisica assunta dalla divinità per riportare la legge cosmica e l’ordine naturale delle cose.
Adesso, una pausa: se vi sembra di aver già sentito questa storia, e il titolo stesso della serie è perché sì, è chiaro: è da qui che M. Night Shyamalan ha tratto il fallimentare film del 2010, basato in pratica sulla prima stagione (Libro primo: Acqua). Vi assicuro che la serie non ha niente a che fare con l’infinito, noioso e artificioso spettacolo della pellicola che, nel migliore dei casi, neanche vi ricordate (cosa alquanto probabile).

I creatori Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko sono infatti riusciti a tenere su, con qualche momento di dolorosa noia anche in questo caso, un’ottima serie. Tra i registi della prima stagione figura il caro Dave Filoni, che abbandonò in seguito il progetto per dedicarsi alla serie Clone Wars.
Nella seconda e nella terza tra i registi fissi abbiamo Ethan Spaulding, Lauren MacMullan e Giancarlo Volpe.
Una nota sul doppiaggio: quello italiano è nettamente migliore rispetto all’originale. A parte qualche momento che ha poco di cui vantarsi (se volete ridere in loop vi consiglio un momento critico della seconda puntata) le voci e la recitazione italiana sono quelle da preferire.

Quando Aang si risveglia dopo essere rimasto bloccato per cento anni in un iceberg scopre che, ovviamente, il mondo è andato avanti anche senza di lui e ha preso una direzione decisamente sbagliata.
Il mondo di Avatar – La leggenda di Aang è suddiviso in zone geografiche che corrispondono alle nazioni governate degli elementi, dove alcuni esseri umani, i benders, sono in grado di manipolare gli elementi: le due Tribù dell’Acqua, il Regno della Terra, i Nomadi dell’Aria, e la Nazione del Fuoco.
Quest’ultima, durante l’assenza dell’Avatar ha preso il sopravvento sulle altre, infrangendo l’equilibrio: un sistema politico autoritario che tiene sotto scacco le altre popolazioni grazie a una guerra infinita e a un regime del terrore ormai ben rodato. I Nomadi dell’Aria sono stati annientati dalla Nazione del Fuoco, le Tribù dell’Acqua sono a un passo dal crollo mentre il Regno della Terra con la sua capitale è l’ultima roccaforte sicura.

È in una Tribù dell’Acqua che Aang viene risvegliato; Katara e Sokka saranno i primi compagni che si uniranno a lui in quest’avventura.
È chiaro che se ne aggiungeranno altri, nella messa insieme del party più lungo della storia; infatti l’Avatar, malgrado si reincarni ciclicamente in ognuno degli elementi, nel caso di Aang l’aria appunto, può dominarli tutti quanti e per farlo ha bisogno di un Maestro.

La faccenda elementale non termina qui: a ogni elemento corrisponde un’influenza culturale ben precisa, per esempio è evidente che il Regno della Terra corrisponda alla Cina delle dinastie Ming e Qing. Ma non sono mai linee troppo demarcate. Maggiore distinzione è evidente invece negli stili di lotta: Katara, dominatrice dell’acqua è praticamente una Maestra Tai Chi.
Nei personaggi la questione è ancora meno sottile e questo in parte è ovvio: quei personaggi sono quegli elementi. Aang, l’aria, non può che essere costantemente divertito ma anche pacifico e in cerca dell’armonia, Zuko, uno dei personaggi migliori e dall’arco narrativo quasi perfetto, è il principe della nazione del fuoco e dovrà impararne tutte le sfaccettature, dalla distruzione all’inclusione.

I personaggi sono ciò su cui una serie, come Avatar – La leggenda di Aang, che vi tiene in ostaggio punta tutto.
Tra le cose da evidenziare i personaggi femminili che mettono in ridicolo il sessismo e al bando ogni suo sintomo malsano; alcuni tra i personaggi migliori della serie, e sicuramente tra quelli con una caratterizzazione più profonda, sono proprio questi.

Per questo la serie, quando sbaglia, lo fa con un fracasso terribile: in una costruzione ben definita, dove stanno uniti anime, kung fu e filosofia orientale, che tende spettacolarizzare l’originalità alcune scelte super semplificate, alcuni momenti troppo distesi, davvero inutilmente infantili, stonano con tutto il resto. In un episodio Aang scoprirà la fine a cui è andato incontro il suo primo Maestro. La questione non è affatto affrontata con leggerezza, anzi. È un momento molto delicato e ben costruito. Ma, qualche episodio dopo, la carica si spegne troppo in fretta, come se si temesse un’eccessiva drammatizzazione.

Per fortuna la questione è evidente soprattutto nella prima stagione. Le parti dedicate a Terra e Fuoco sono nettamente superiori anche se la prima parte di ogni stagione pecca sempre di una leggerezza che poi sarà travolta, di conseguenza troppo in fretta, per andare incontro a un finale.

Cercando di tenere a mente questo, riconoscerne quindi i limiti sicuramente causati da un invecchiamento ovvio data la nuova offerta di serie animate, Avatar – La leggenda di Aang è una serie da recuperare; le identità e le personalità necessarie a portare avanti una mitologia mentre dietro infiamma la rappresentazione del potere, dei danni che questo causa su più generazioni, corrompendo alla fine soltanto chi non è disposto ad accettare il cambiamento e l’armonia.

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Classe '91. Pur avendo studiato Beni Culturali ed editing credo di saperne di più sui viaggi nel tempo e sulle zone infestate. Leggo un sacco di libri e cerco sempre di avere ragione, bevo tanto caffè, e provo piacere nell'essere un’insopportabile so-tutto-io. Per intrattenervi posso recitare diversi sketch dei Monthy Python.

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